Reflusso da cantiere

Amity Island

Finalmente ci siamo.

Lunedì mattina approderemo ad Amity Island per le vacanze in famiglia. Quest’anno è stata scelta una meta decisamente nostrana, compatibile con gli impegni presi e le distanze percorribili, felici comunque di riscoprire la nostra bella Italia. Quindi non é stata una meta scelta a caso, tutt’altro.

Entusiasti per gli scorci del porticciolo ci eravamo già ripromessi di tornare sull’isola con Giglia, in seconda battuta ci permettera’ di spezzare il viaggio verso la Capitale, ma sotto sotto, la mia scelta é stata dettata da una motivazione più sottile, bieca, che c’entra con i cantieri e lo strano malessere che generano in me.

Come coi cantieri? Eh, si, coi cantieri.

Da tempo ormai soffro di una patologia da me individuata e classificata come “sindrome da reflusso di cantiere”, malattia rarissima (io unico caso italiano, credo). Si manifesta ogni anno, piu o meno in estate, quando mi propongono di andare in spiaggia.

È nota ai più la mia idiosincrasia nei confronti dei cantieri, ma si fatica a comprendere il mio malumore parlando di sabbia.

Io non la sopporto, la sabbia. Non c’è sabbia al mondo che non mi abbia irritato nel corpo o nella mente : la bianca fine, la gialla grana grossa, la nera, la grigia, la rosa talco. Comunque vada, Io in spiaggia sto sempre in piedi. Al pensiero di sdraiarmi sulla sabbia mi sento male perché ho paura di impanarmi, sporcarmi, inzaccherare asciugamano e infradito. Ehm…Si, credo di avere bisogno della consulenza della mia amica Psiche, di fatto non riesco nemmeno a sedermi su una spiaggia, se non sospesa a 30cm di distanza dalla quota +/_ 0.00.

La mia analisi è che questa strana patologia sia riconducibile al mio astio per il cantiere, anche se a ben guardare…non so quale problema abbia generato l’altro.

In cantiere c’è sabbia ovunque. Sacchi di sabbia, sacchi di cemento rapido, sacchi di “mapegrau” (come diceva Franco del cantiere a Milano), sacchi di gesso, sacchi di “fugenfuller”. Con la consistenza variabile, dal talco alla polenta, i sacchi vengono aperti e da li fuoriescono a getto o a palate quintalate di sabbia. Orribile. Tutto il contenuto oltre che nella benedetta carriola, nella betoniera e per terra, finisce anche sui capelli, sulle ciglia, in bocca o negli occhi e in tutti gli interstizi. E io divento matta fino a quando non riesco a fare una bella doccia purificatrice, che lava via l’odore e i granelli polverosi di quella montagna di sabbia accumulata in una mattinata di cantiere.

Per cui abbiamo scelto di trascorrere 10 giorni su un isolotto con pochissime spiagge di sabbia, un isolotto tutto scogli. E dal mio modesto punto di vista il bello di andare al mare sugli scogli è che difficilmente ti entrano nel c..ostume!

Genova, 06.08.2017

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