Casa del Papa e Villa di Adriano

PARTE 2 (VILLA DI ADRIANO)

L’odore di spazzatura e le sterpaglie ancora fumanti, alcune prostitute appassite sotto le indicazioni sbiadite di centri commerciali sono il pegno da pagare per potere raggiungere Tivoli percorrendo la Via dei Castelli. La strada ti obbliga a lambire l’estrema periferia romana, uguale a qualsiasi altra degradata periferia. Un classico esempio di non luogo, si pronuncerebbero tutti gli architetti di mia conoscenza.

Poi però si svolta seguendo le chiare indicazioni per Villa Adriana e si comprende di non essere in un luogo qualunque. La Villa di Adriano è un Luogo con la L maiuscola, un Sito classificato Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO. Che ti lascia a bocca aperta, Giglia cinquenne compresa.

Gli scavi si estendono per 120 ettari, (non oso immaginare la durata del cantiere! ) inframezzati da ulivi e pini marittimi, quindi nonostante il  furbo ingresso delle 11.00 a.m. la visita di tre ore è stata piacevole, rilassante e di grande ispirazione. Villa Adriana costituisce da sempre una tappa obbligata del Grand Tour di ogni grande artista o architetto e non ho fatto fatica ad immaginarmi un Le Corbusier o un Kahn gironzolare tra le rovine; ci ho visto però anche una bambina incuriosita dai cunicoli, dagli edifici, dagli specchi d’acqua e dai blablabla di mamma e papà.

Purtroppo data l’età prescolare di Giglia non mi sono soffermata troppo sui dettagli, avrei voluto leggere ogni descrizione, avrei voluto fare una visita con l’audioguida, avrei voluto guardare con calma la piantina del sito e studiarmi con attenzione le planimetrie degli edifici, ma è stato ugualmente interessante cercare di trovare spunti adeguati per tutte le età.

Il Teatro Marittimo è talmente perfetto da sembrare la scenografia ideale per un film sui Pirati. Un isolotto circondato da un canale (con tartarughe) di forma circolare al quale si accedeva tramite un ponte levatoio. Volte e colonne ioniche coronano il complesso e lo concludono conferendogli l’aspetto di un piccolo, prezioso giardino segreto.

Il Canopo, con la sua distesa d’acqua verde, lascia invece immaginare feste e baccanali. Una vasca olimpionica, coronata da statue, al cui bordo una esedra faceva da sfondo a zampilli e giochi d’acqua. Impressionante per bellezza e originalità, anche se, ahinoi,  credo sia stata fonte d’ispirazione per ogni piscina coatta del Bel Paese e d’OltreMare.

E poi cupole, volte,criptoportici e ninfei. Passaggi segreti e mosaici da non calpestare. Giglia ha assimilato tutto questo in tre ore. Ha persino capito che Adriano, che era Imperatore, si faceva portare dai servi, attraverso tunnel sotterranei per non disturbare gli ospiti, frutta fresca ad ogni ora e che aveva fidanzato, con la O, che amava moltissimo.

Tivoli, 19.08.2017 _ Monza 21.08.2017

Federica Pacini.

Casa del Papa e Villa di Adriano

PARTE 1 (LA CASA DEL PAPA)

L’avevamo allenata per mesi, preparata ed istruita da marzo.

“Giglia, ti porteremo a Roma, a vedere la Casa del Papa, proprio come ci avevi chiesto tu. Andremo anche a vedere la Villa dell’imperatore Adriano”.

E’ iniziato così il tour dalla Capitale, infarcendo ogni tappa con racconti e aneddoti che potessero destare interesse in Giglia. Arrivati a San Pietro abbiamo snocciolato tutto il nostro sapere sul colonnato del Bernini, che sembra un abbraccio, che se ti metti in un punto preciso della Piazza vedi solo la prima fila di colonne, sulla gigantesca cupola ideata da Bramante e completata da Michelangelo detta Er Cupolone, sulle Guardie Svizzere che si vestono di feltro anche in Agosto.

In Piazza Navona abbiamo fatto un selfie imitando il gesto del gigante della fontana dei Quattro Fiumi dell’architetto Bernini, che indispettito dell’opera dell’architetto Borromini, pensava che la Chiesa di S. Agnese stesse per cadere e ne ha immortalato lo sdegno.

Al Pantheon l’abbiamo incantata con la storiella dell’occhio di luce, da cui non entra mai acqua e a Fontana di Trevi abbiamo espresso il desiderio di tornare a Roma lanciando la monetina con un rito magico.

Esperienza molto positiva la visita della Città Eterna con figlia cinquenne al seguito, ma poi ci siamo rifugiati al fresco dei Colli Albani soggiornando nel silenzioso borgo che fu la residenza estiva del Papa, luogo di pellegrinaggio e meditazione.

A fine giornata Giglia, stanca ma con occhi da malandrina, proprio davanti alla Collegiata del Bernini emetteva un rutto talmente abominevole che, in confronto, nemmeno la cupola, la piazza e la prospettiva barocca del piccolo borgo avrebbero potuto suscitare tanto sbigottimento nei pellegrini . Noi, come genitori impostati e radical chic, altro non abbiamo saputo fare se non comprarci una bella bottiglia gelata de Frascati Superiore con quattro porzioni di Vera Porchetta D’Ariccia e per toglierci d’imbarazzo intonare un bel  “ma che cce frega, ma che cc’emportaaaaaa se dentr ar vino….” e ci siamo divertiti davvero. Ecchecce vò

Castel Gandolfo, 18.08.2017 _ Monza 21.08.2017

Federica Pacini.

Peccando di presunzione su questo articolo sono obbligata a mettere il copyright, col mio nome vero e come sempre indicando la data. Ieri, sgomenta, mi sono accorta che sulla rubrica di Viaggi di Repubblica un giornalista (quindi suppongo laureato in Lettere, iscritto ad un Albo e con esperienza , cosa che non sono io) in data 19.08.2017  ha, secondo me, preso molti (troppi) spunti dall’ultimo mio articolo intitolato “La Cicogna di ferro” del 13.08.2017. Vorrai mica che una testata come Repubblica vada a copiare tutti i racconti di viaggio di architettoxx, ti pare?

La cicogna di ferro

La mattina del 13 gennaio 2012 nel cielo azzurro di Fez vidi l’ennesima cicogna. Una scintilla e a Settembre nacque Giglia.

La sera del 13 gennaio 2012 nel cielo scuro del Nostro Mare quattromila persone videro l’ennesimo porticciolo illuminato. Il blackout e poi la disperazione.

Umani destini. Giglia, che ha quasi cinque anni, in vacanza sull’isola dove accadde la piu grande sciagura navale della storia italiana, la notte del 13 Gennaio 2012.

A memoria del naufragio, davanti al porticciolo, è rimasta una piattaforma sovrastata da un origami di ferro blu e giallo dove lavorano tuttora ed incessantemente tecnici, biologi, sommozzatori italiani e stranieri, che dopo avere disincagliato il relitto della nave e averla accompagnata in un porto per smantellarne la carcassa, stanno cercando di ripristinare un ecosistema ancora sofferente a causa di quel naufragio. Un cantiere infinito per una sciagura immane.

Per la prima volta vedo però un cantiere con occhi completamente diversi, con un sentimento di ammirazione e ritrovato orgoglio italiano. Mi hanno raccontato che i sommozzatori fanno turni da 1 ora, alternando 20min.di lavoro e 40min.di recupero, monitorati, ogni giorno, tutti i giorni,  con qualsiasi condizione atmosferica. Hanno recuperato resti, corpi, oggetti. Ora stanno cercando di ricomporre un paesaggio sottomarino sfregiato dalla nave incagliata e rimasta adagiata sul fondale per due anni.

Un’operazione senza uguali, purtroppo non ancora terminata. Si sta oggi portando avanti un lavoro minuzioso per ripopolare il fondale con le praterie di poseidonie,  ricreare l’habitat idoneo per scorfani, gallinelle e pinna nobilis, così come era prima del 2012.

Come in ogni cantiere, ahimè, nel corso degli anni si sono susseguite orde di pensionati in gita per vedere la “balena” arenata, guardare come andavano i lavori, portare un fiore (?). Semplice morbosità, direi io, e niente da fare nella vita, aggiungerei.

Mi piace sottolineare che la bellezza sta sempre negli occhi di chi guarda ed io vedo quello strano animale di ferro piazzato in mezzo al porticciolo come un gigantesco cormorano, in attesa di un banco di acciughe. Una visione positiva, elaborazione fantastica della mia mente per scacciare via i pregiudizi ignoranti di chi non è più tornato sull’ isola dopo la tragedia, di chi è approdato solo per fare macabro turismo, di chi non ha capito che qui la semplicità costituisce una rara e unica occasione.

Quasi quasi cambio mestiere e mi faccio assumere dalla Pro Loco.

CARNET D’ADRESSE

_ Appartamento delizioso con vista magnifica sul porto ospiti del gentilissimo Henryk.

_ Alimentari dalla Sig.ra Margherita, gentilissima coi bambini.

_Gelato da Nilo, da provare il gusto Fico isolano e il sorbetto alla mora.

_Ovunque Mare blu, limpido, profondo per chi alle piscine preferisce il mare vero.

Giglio Porto, 13.08.2017

 

 

Reflusso da cantiere

Amity Island

Finalmente ci siamo.

Lunedì mattina approderemo ad Amity Island per le vacanze in famiglia. Quest’anno è stata scelta una meta decisamente nostrana, compatibile con gli impegni presi e le distanze percorribili, felici comunque di riscoprire la nostra bella Italia. Quindi non é stata una meta scelta a caso, tutt’altro.

Entusiasti per gli scorci del porticciolo ci eravamo già ripromessi di tornare sull’isola con Giglia, in seconda battuta ci permettera’ di spezzare il viaggio verso la Capitale, ma sotto sotto, la mia scelta é stata dettata da una motivazione più sottile, bieca, che c’entra con i cantieri e lo strano malessere che generano in me.

Come coi cantieri? Eh, si, coi cantieri.

Da tempo ormai soffro di una patologia da me individuata e classificata come “sindrome da reflusso di cantiere”, malattia rarissima (io unico caso italiano, credo). Si manifesta ogni anno, piu o meno in estate, quando mi propongono di andare in spiaggia.

È nota ai più la mia idiosincrasia nei confronti dei cantieri, ma si fatica a comprendere il mio malumore parlando di sabbia.

Io non la sopporto, la sabbia. Non c’è sabbia al mondo che non mi abbia irritato nel corpo o nella mente : la bianca fine, la gialla grana grossa, la nera, la grigia, la rosa talco. Comunque vada, Io in spiaggia sto sempre in piedi. Al pensiero di sdraiarmi sulla sabbia mi sento male perché ho paura di impanarmi, sporcarmi, inzaccherare asciugamano e infradito. Ehm…Si, credo di avere bisogno della consulenza della mia amica Psiche, di fatto non riesco nemmeno a sedermi su una spiaggia, se non sospesa a 30cm di distanza dalla quota +/_ 0.00.

La mia analisi è che questa strana patologia sia riconducibile al mio astio per il cantiere, anche se a ben guardare…non so quale problema abbia generato l’altro.

In cantiere c’è sabbia ovunque. Sacchi di sabbia, sacchi di cemento rapido, sacchi di “mapegrau” (come diceva Franco del cantiere a Milano), sacchi di gesso, sacchi di “fugenfuller”. Con la consistenza variabile, dal talco alla polenta, i sacchi vengono aperti e da li fuoriescono a getto o a palate quintalate di sabbia. Orribile. Tutto il contenuto oltre che nella benedetta carriola, nella betoniera e per terra, finisce anche sui capelli, sulle ciglia, in bocca o negli occhi e in tutti gli interstizi. E io divento matta fino a quando non riesco a fare una bella doccia purificatrice, che lava via l’odore e i granelli polverosi di quella montagna di sabbia accumulata in una mattinata di cantiere.

Per cui abbiamo scelto di trascorrere 10 giorni su un isolotto con pochissime spiagge di sabbia, un isolotto tutto scogli. E dal mio modesto punto di vista il bello di andare al mare sugli scogli è che difficilmente ti entrano nel c..ostume!

Genova, 06.08.2017

Mele e meline

Dal 31 Luglio sono entrata in modalità ” mamma 24h “, condizione concordata con il collega architetto XY e sognata da tempo. Un mese intero da dedicare a mia figlia, una micro maternità fino all’inizio del nuovo anno scolastico per compensare le serate e gli innumerevoli weekend dedicati al lavoro. I miei programmi agostani prevedevano lunghe passeggiate con la mia bimba, gite in piscina, picnic al parco o merende con gli amichetti per una intera settimana prima di partire per le sospirate ferie.

Sarà il destino, sarà che qualcuno gufa, ma Giglia non è proprio in formissima (le mamme sanno quanto brutte possano essere le intossicazioni alimentari nei bambini !!). Dal 31 di Luglio.

A parte la preoccupazione di una figlia moribonda, da tre giorni ormai la noia pomeridiana qua regna sovrana insieme al vortice dei bucati con antibatterico. Per fare passare il tempo mi rivolgo a Giglia invitandola ad aprire il  “Grande libro dei labirinti”, (regalo di nonna rossa) che tanto la appassiona. Le chiedo di indicarmi con quale labirinto vorrebbe iniziare, per intrattenerla almeno due ore.

Sarà il destino, sarà che qualcuno gufa, ma Giglia apre il librone proprio a pagina 45.

( pag.45 labirinto intitolato CAOS IN CANTIERE)

Penso che sia un caso, le chiedo gentilmente di aprire il librone su un’altra pagina. Sfoglia, poi ci ripensa e risfoglia fino a pagina 48. Questo!

(pag.48 labirinto intitolato INTRICO IDRAULICO)

Giglia, accidenti, sono in modalità mamma da tre giorni, perchè vuoi farmi ancora pensare ai cantieri? Sono mesi che non dormo serena per questi cantieri, non potremmo fare un qualsiasi altro labirinto? Guarda questo con le tende, questo con i pesci, le stelle, le mucche, le foglie, il bruco e le mele!”.

No. In effetti giorni fa la nonna rossa aveva chiesto a Giglia quale lavoro le sarebbe piaciuto fare da grande. E Giglia ridacchiando aveva risposto che costruirà le case, come la mamma.

Sarà il destino, sarà che qualcuno gufa, ma le mele non cadono mai lontane dall’albero, nemmeno ad Agosto.Così, colleghe e complici, abbiamo combattuto il torpore pomeridiano divertendoci come due matte aprendo il librone a pagina 52.

(pag.52 labirinto intitolato LA CASA DEL MISTERO)

Consiglio contro il tedio estivo, a grandi e piccini,  il librone dei labirinti.

Monza, 02.08.2017

Coturni

Turno di riposo in cantiere. Di domenica non si lavora. In mancanza di episodi in diretta traggo spunto da una gag postata giorni fa da una simpatica showgirl: con cappello di carta e badile si guadagnava centinaia di likes imitando un Dennis chiunque, muratore bergamasco. Tutto perfetto perché sembrasse vero, dalla pronuncia perfetta alla scenografia perfetta. L’occhio esperto tuttavia intuisce al volo che trattasi di una messinscena perché c’è un macroscopico errore in quella rappresentazione. Potrebbe essere considerato un dettaglio minuscolo e tempestato di perline ma è il primo indizio che ti fa supporre che sia una farsa bella e buona dal momento che in cantiere si dovrebbero portare sempre le scarpe antinfortunistiche. Quindi tutto perfetto tranne il sandalo. Già…il sandalo!  Eppure con questa lampante svista della conduttrice svizzera posso solo concordare.

Cioè… le donne in cantiere, per poche che siano, detestano le antinfortunistiche!

Proprio non ce la fanno. E io sono la prima a non riuscire a calzarle. Non riesco, è più forte di me. Gli architetti maschi sono più fortunati perché sin dai tempi di Leon Battista Alberti se la sono sempre cavata con un paio di polacchine scamosciate. D’estate e d’inverno. Sempre quelle.

Ma il generico architetto xx, d’estate, che si mette per i sopralluoghi? Io cado sempre in tentazione, quindi vado spesso di sandalo. Con conseguenze inimmaginabili. Per prima cosa attraggo sguardi contrariati da parte del capocantiere; a seguire risatine da comari degli operai; per concludere tirate d’orecchi dal Responsabile della Sicurezza. Coi sandaletti a T sobbalzo fra mattoni a due e tre fori, mi divincolo dalle guaine e porgo attenzione alle cuneette degli impianti. Sempre volteggiando sulle punte,  onde evitare che del terriccio possa penetrare nel sandalo sotto al piede perché potrei avere una crisi di nervi. D’estate spesso mi piace portare anche le calzature con suola in corda, di certo poco adatte ad affrontare chiodi, malta fresca  e lamierini, ma anche in questo caso me ne infischio.

Ho ricordi di una collega che con i sabot di corda affrontò un rilievo di una cantina allagata con una grandissima prova di coraggio. Un’altra che nei primi giorni di settembre di molti anni fa, in infradito di cuoio, fu spedita a Sankt Moritz per assistere al montaggio degli arredi, con una temperatura esterna di 3°C. Ma io le capisco, queste martiri, eccome se le capisco!

Da sportiva come mi dichiaro dovrei porre più attenzione a non correre rischi piuttosto che all’aspetto delle mie scarpe. Talvolta ammetto a me stessa di dovermi adeguare agli eventi perciò in caso di demolizioni pesanti o freddo artico mi porto nel bagagliaio dell’auto un paio di antinfortunistiche scamosciate che estraggo da un borsone come fossero un coniglio bianco che esce dal cilindro. E li scatta l’applauso!!!! Continua a leggere

Piero Manzoni

Questa mattina solo due sopralluoghi di cantiere per me. Primo appuntamento alle 8.30 e a seguire sosta in Via Trota con questi risultati: una lavastoviglie praticamente nuova che non può essere montata, una porta con un angolo sbeccato, uno specchio col foro sul lato sbagliato.

Intoppi, per carità. Nessuno è morto, ma le giornate che cominciano faticose terminano a sera inoltrata che vorresti sparare a chiunque. Mi chiedo se anche nelle altre professioni ci siano così tanti imprevisti, così tanti interlocutori, e…..così poche donne!

Si perchè anche oggi ero l’unico esemplare femmina fra il collega XY, l’imbianchino, i due serramentisti, il manovale, il muratore specializzato in intonaci e il muratore che sa fare tutto. Anche oggi, varcando la soglia dei due appartamenti in cantiere ho fatto in modo che entrasse per primo il collega XY. Lungi da me l’idea di trovarmi (come già capitato) il Mimmo della situazione in mutande o il Pino che fa pipì nel wc senza tavoletta, unico elemento rimasto di un bagno demolito! Queste abitudini cameratesche sembra siano ormai leggendarie nel mio settore. Ricordo che anni fa nel cantiere di via dei Pazzi c’era pure chi pisciava sulle macerie ma fortunatamente questa barbara quanto inutile pratica è caduta in disuso. Rimangono invece attualissimi i pantaloni con la famosa riga da idraulico.

Certo, che pensavi? E’ naturale che sia così, il cantiere è un cantiere non è una galleria d’arte moderna! Dicono gli esperti.

Il mio cervello però elabora strane strategie di sopravvivenza e spesso per farmi digerire certi costumi mi fa credere di essere nell’ambiente candido e ovattato del MoMa. L’istinto mi suggerisce di interpretare le malsane azioni degli operai come una provocatoria performance  di Cattelan, un gesto artistico di Manzoni o un flash mob assai spinto. E così vado avanti, dubitando comunque che una Marina Abramovich o una Marlene Dumas abbiano la stessa sensibilità artistica, vuoi che son donne, vuoi che sono serie.

Per farla breve, tutti questi grandi lavoratori avranno diritto di fare pipì o di cambiarsi i pantaloni inzaccherati di gesso ma gli episodi di oggi  mi fanno rimpiangere di non avere scelto di fare la parrucchiera o la violinista.

Monza, 26.07.2017

Nomen Omen

“Gino! oh Gino! Fermati che sono arrivati, continui dopo.”

Nel frastuono che regna senza controllo in via Trota mi sono ritrovata a riflettere su una questione che ha catturato i miei pensieri mentre la betoniera mulinava con un gran fracasso e il martello pneumatico batteva: in cantiere non esistono operai che si chiamino Leone, Edoardo, Lapo o Otto. Insomma, quella sfornata di nomi di Papi e sovrani che  le mamme moderne adorano (perchè loro adooooorano!), in cantiere non si sono mai sentiti.

In cantiere esistono solo i Franco, i Gigi e i Mimmo. Di cognome fanno Africano, Cutrufo o Garrone. Loro, i muratori, sono i primi ad arrivare alle 7.50 per iniziare puntuali alle 8.00. Quando arriva l’impresa bergamasca, dai manovali agli operai più specializzati, si cambia registro perchè evidentemente le madri bergamasche hanno distribuito ai figli nomi che  terminano immancabilmente con la lettera “S”. E’ un tripudio di Amos, Hermes, Athos o Dennis. Questi di cognome fanno Brambillasca, Garminati o Zanetti.

Nella fase successiva arrivano le squadre degli italianizzati, cioè operai arrivati nel nostro Paese molti anni fa che hanno italianizzato il proprio impronunciabile nome, togliendovi molte consonanti, per cui Fathmir è diventato Fabio, Piotr si è trasformato in Pietro, Stavros in Stauros, che potrebbe essere confuso come appartenente alla ditta bergamasca ma in realtà proviene da un est molto più a oriente di Curno.

Proseguendo con le fasi del cantiere si nota un assestamento: intervengono i vari rappresentanti, i fornitori abituali, quelli che di nome fanno Luca, Roberto, Massimo. Di cognome a seconda della provenienza geografica possono chiamarsi Cereda, Rossi, Fumagalli ma anche Innerhofer o Avetrano. Comunque hanno nomi piuttosto correnti, facilmente pronunciabili e che si ricordano senza cercarli sulla rubrica.

Potenza della mente della madri! Sapevano già che i propri pargoli avrebbero intrapreso la carriera in un’ azienda di prodotti per l’edilizia e dai tempi più remoti affibbiarono loro nomi “normali”, di quelli che non puoi sbagliare la pronuncia.

In questa gerarchia di competenze e di nomi,  in cima alla piramide c’è il proprietario dell’immobile. Il committente che si affida a tutti questi Gino, Franco, Dennis o Serghej  spesso non ha un nome comune. Quello del cliente finale è un nome che puo’ suonare come Gianriccardo Iezzi di Montorfano, per gli amici lo Iezzi, o Teodoro Rosi De Calasciutta, detto Dodo. Un pò fantozziano come concetto ma purtroppo la realtà a volte supera la finzione.

Comunque, mai nessuno che si chiami Stefania, Olga o Gianna in cantiere.

Monza, 23.07.2017

 

Cantiere da femmina

 

Architetto XX…sarebbe a dire?

Sarebbe a dire Architetto Femmina, con i cromosomi XX.

Perché sono una mamma, faccio l’architetto e volevo tenere un diario per raccontare le mie giornate lavorative a mia figlia Giglia di quattro anni.

Spesso mi tocca andare in cantiere, ambiente che detesto ma volente o nolente devo frequentare. Eppure, in un giorno qualsiasi di questa strana estate, nel cantiere di Via Trota, mi sono chiesta come fare a digerire questa parte del mio lavoro che proprio non sopporto.

Manco a dirlo ho trovato la risposta in mezzo agli impianti appena posati (perchè non avevo le scarpe adatte, ovvero espadrillas con suola in corda !!) : non subire il cantiere ma sfruttarlo come un pozzo inesauribile di aneddotti paradossali, apprezzandone le bizzarrie e ricordando sempre a me stessa che sono una donna in un mondo, quello dell’edilizia,  che nulla ha di femminile.

Così in quel giorno qualsiasi mi è balenata l’idea di compilare un resoconto patinato delle mie giornate lavorative, come fosse un giornale di cantiere, per dare una svolta ironica e di genere ad un mondo che non contempla le femmine, per insegnare a Giglia che non esistono “lavori da femmina e lavori da maschio”, per mettere del frivolo dove non c’è e….. del profumo dove manca!

Cercherò di avere rispetto di tutti poichè so benissimo che il cantiere è un luogo di lavoro, dove uomini,  padri di famiglia, mariti si spezzano la schiena dalle 6 del mattino, ma insomma….concedetemi il beneficio della frivolezza visto che non sempre questi energumeni mi hanno accolto come una professionista. Anzi. In gioventù, proprio all’inizio della gavetta, gli operai più giovani erano soliti (a parte guardarmi come se venissi da Marte_per essere gentili) apostrofarmi con un “è mezzogiorno, butta la pasta”. Come per dirmi di starmene a casa a cucinare anzicchè rompere le scatole a loro uomini veri.

Ma sentirsi sempre fuori posto ha dei risvolti positivi perchè si riesce ad osservare tutto con uno sguardo distaccato e critico e a tal proposito la giornata di ieri è stata pesante ma molto divertente.

Presenti: io, il collega architetto XY, il titolare dell’impresa, l’idraulico, il suo garzone, l’elettricista, il rappresentante di parquet, il serramentista  e i suoi due dipendenti, due gessisti. Ovvero: femmine 1-maschi 11. In mezzo al delirio frenetico di volere terminare i lavori entro la data prevista, faccio finta di non ascoltare il mio collega che rimprovera pesantemente un gessista. Per non fare sentire in imbarazzo il poveretto già pesantemente provato dal cazziatone faccio finta di cercare difetti di montaggio nei serramenti ma, accidenti alle frivolezze, l’occhio mi cade sull’abbigliamento di un operaio. Operaio di 120q Kg, tutti sulla pancia.

In pantaloncini azzurri di felpa e maglietta rossa cercava di montare una porta in un ripostiglio di 1 mq. Per ovviare al sudore che grondava abbondante dalla fronte, si era munito di salvietta celeste, con iniziali ricamate col puntocroce. Come quella che Giglia usa alla materna! La scena era davvero buffa, e mi è scappato da ridere. Sono stata sorpresa ridere sotto i baffi dal dipendente di Papa Pig, che si è fatto pure lui una gran risata.

Quindi tutte le tensioni del cazziatone al gessista si sono smorzate, mi è bastato focalizzare l’attenzione sul look ricercato del nostro buon serramentista.

Monza, 17.07.2017