L’ EDIL prefisso

Una mia collega mi avvertì di non fidarmi mai delle imprese nella cui denominazione compare il prefisso “Edil” motivandomi questa sua convinzione con tanto di racconti sconcertanti.

Si trattava di una provocazione, di certo, ma dopo quella conversazione ho cercato di porre molta attenzione ai nomi delle imprese che circolano in zona.

Ho iniziato a badare alle denominazioni delle piccole imprese di artigiani immagazzinando dati come un computer o annotandoli su un taccuino. Effettivamente la radice “Edil” appare nella stragrande maggioranza dei casi.

Non c’è posto migliore per questo genere di osservazione della famigerata Autostrada A4, tratta Milano-Bergamo, ma anche la Tangenziale Est mi ha regalato soddisfazioni. Un po’ come per il birdwatching, bisogna essere mattinieri per vedere gli esemplari migliori.

Dalle 6.00 alle 9.30 si concentrano migliaia di van, automezzi con cassone o bilici di artigiani che si fermano in coda vicino a te, ed è lì che noti l’adesivo, applicato con orgoglio sulla fiancata, con tanto di nome, recapiti telefonici o mail della ditta.

Ciascuno si è ingegnato nella scelta delle denominazioni identificative per la propria attività:

“Edil” seguito dal cognome del titolare, tipo Edil Marrazzo”; oppure “Edil” seguito da un nome proprio, tipo “EdilRuggero”; oppure seguito da un nome di donna, come nel caso di EdilWanda”.

La fantasia non ha limiti: Edil Uno, “Edil Due”, “Edil Tre”, …..Edil Infinito”.

Oppure lettere dell’alfabeto greco  “Edil Gamma”, “Edil Beta”, senza risparmiare l’alfabeto latino “Edil Elle”, “Edil Zeta”.

Ho visto anche EdilSpazio”, Edil Camini”, Edil Fumisteria”, Edil Parquet”,Edil+Rivestimenti”.

Si nominano anche città e provenienza EdilBergamo”, Edil-MIlanese”Edil Brianzola”, Edil Mantova”.

Alcuni hanno optato per una denominazione esotica : “Edilhaus”, “Edil Maison”, Edil Home”.

I più esotici però sono gessisti, di solito artigiani egiziani, la cui impresa si può chiamare “Edil Saleh”, Edil Jalla”, Edil Jafar”.

Le squadre di imbianchini, che in genere hanno un mezzo tutto bianco, direi che fanno la migliore pubblicità a se stessi: senza nome e senza gloria offrono imbiancature, verniciature, stuccature e trompe-l’oeil.

Ah, una volta ho visto anche un furgoncino con la denominazione: “Edil-Hussein”………beh, in effetti, vatti a fidare del prefisso Edil”!!!!!!!!

Monza, 15.09.2017

Federica Pacini

 

Casa del Papa e Villa di Adriano

PARTE 2 (VILLA DI ADRIANO)

L’odore di spazzatura e le sterpaglie ancora fumanti, alcune prostitute appassite sotto le indicazioni sbiadite di centri commerciali sono il pegno da pagare per potere raggiungere Tivoli percorrendo la Via dei Castelli. La strada ti obbliga a lambire l’estrema periferia romana, uguale a qualsiasi altra degradata periferia. Un classico esempio di non luogo, si pronuncerebbero tutti gli architetti di mia conoscenza.

Poi però si svolta seguendo le chiare indicazioni per Villa Adriana e si comprende di non essere in un luogo qualunque. La Villa di Adriano è un Luogo con la L maiuscola, un Sito classificato Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO. Che ti lascia a bocca aperta, Giglia cinquenne compresa.

Gli scavi si estendono per 120 ettari, (non oso immaginare la durata del cantiere! ) inframezzati da ulivi e pini marittimi, quindi nonostante il  furbo ingresso delle 11.00 a.m. la visita di tre ore è stata piacevole, rilassante e di grande ispirazione. Villa Adriana costituisce da sempre una tappa obbligata del Grand Tour di ogni grande artista o architetto e non ho fatto fatica ad immaginarmi un Le Corbusier o un Kahn gironzolare tra le rovine; ci ho visto però anche una bambina incuriosita dai cunicoli, dagli edifici, dagli specchi d’acqua e dai blablabla di mamma e papà.

Purtroppo data l’età prescolare di Giglia non mi sono soffermata troppo sui dettagli, avrei voluto leggere ogni descrizione, avrei voluto fare una visita con l’audioguida, avrei voluto guardare con calma la piantina del sito e studiarmi con attenzione le planimetrie degli edifici, ma è stato ugualmente interessante cercare di trovare spunti adeguati per tutte le età.

Il Teatro Marittimo è talmente perfetto da sembrare la scenografia ideale per un film sui Pirati. Un isolotto circondato da un canale (con tartarughe) di forma circolare al quale si accedeva tramite un ponte levatoio. Volte e colonne ioniche coronano il complesso e lo concludono conferendogli l’aspetto di un piccolo, prezioso giardino segreto.

Il Canopo, con la sua distesa d’acqua verde, lascia invece immaginare feste e baccanali. Una vasca olimpionica, coronata da statue, al cui bordo una esedra faceva da sfondo a zampilli e giochi d’acqua. Impressionante per bellezza e originalità, anche se, ahinoi,  credo sia stata fonte d’ispirazione per ogni piscina coatta del Bel Paese e d’OltreMare.

E poi cupole, volte,criptoportici e ninfei. Passaggi segreti e mosaici da non calpestare. Giglia ha assimilato tutto questo in tre ore. Ha persino capito che Adriano, che era Imperatore, si faceva portare dai servi, attraverso tunnel sotterranei per non disturbare gli ospiti, frutta fresca ad ogni ora e che aveva fidanzato, con la O, che amava moltissimo.

Tivoli, 19.08.2017 _ Monza 21.08.2017

Federica Pacini.

Casa del Papa e Villa di Adriano

PARTE 1 (LA CASA DEL PAPA)

L’avevamo allenata per mesi, preparata ed istruita da marzo.

“Giglia, ti porteremo a Roma, a vedere la Casa del Papa, proprio come ci avevi chiesto tu. Andremo anche a vedere la Villa dell’imperatore Adriano”.

E’ iniziato così il tour dalla Capitale, infarcendo ogni tappa con racconti e aneddoti che potessero destare interesse in Giglia. Arrivati a San Pietro abbiamo snocciolato tutto il nostro sapere sul colonnato del Bernini, che sembra un abbraccio, che se ti metti in un punto preciso della Piazza vedi solo la prima fila di colonne, sulla gigantesca cupola ideata da Bramante e completata da Michelangelo detta Er Cupolone, sulle Guardie Svizzere che si vestono di feltro anche in Agosto.

In Piazza Navona abbiamo fatto un selfie imitando il gesto del gigante della fontana dei Quattro Fiumi dell’architetto Bernini, che indispettito dell’opera dell’architetto Borromini, pensava che la Chiesa di S. Agnese stesse per cadere e ne ha immortalato lo sdegno.

Al Pantheon l’abbiamo incantata con la storiella dell’occhio di luce, da cui non entra mai acqua e a Fontana di Trevi abbiamo espresso il desiderio di tornare a Roma lanciando la monetina con un rito magico.

Esperienza molto positiva la visita della Città Eterna con figlia cinquenne al seguito, ma poi ci siamo rifugiati al fresco dei Colli Albani soggiornando nel silenzioso borgo che fu la residenza estiva del Papa, luogo di pellegrinaggio e meditazione.

A fine giornata Giglia, stanca ma con occhi da malandrina, proprio davanti alla Collegiata del Bernini emetteva un rutto talmente abominevole che, in confronto, nemmeno la cupola, la piazza e la prospettiva barocca del piccolo borgo avrebbero potuto suscitare tanto sbigottimento nei pellegrini . Noi, come genitori impostati e radical chic, altro non abbiamo saputo fare se non comprarci una bella bottiglia gelata de Frascati Superiore con quattro porzioni di Vera Porchetta D’Ariccia e per toglierci d’imbarazzo intonare un bel  “ma che cce frega, ma che cc’emportaaaaaa se dentr ar vino….” e ci siamo divertiti davvero. Ecchecce vò

Castel Gandolfo, 18.08.2017 _ Monza 21.08.2017

Federica Pacini.

Peccando di presunzione su questo articolo sono obbligata a mettere il copyright, col mio nome vero e come sempre indicando la data. Ieri, sgomenta, mi sono accorta che sulla rubrica di Viaggi di Repubblica un giornalista (quindi suppongo laureato in Lettere, iscritto ad un Albo e con esperienza , cosa che non sono io) in data 19.08.2017  ha, secondo me, preso molti (troppi) spunti dall’ultimo mio articolo intitolato “La Cicogna di ferro” del 13.08.2017. Vorrai mica che una testata come Repubblica vada a copiare tutti i racconti di viaggio di architettoxx, ti pare?

La cicogna di ferro

La mattina del 13 gennaio 2012 nel cielo azzurro di Fez vidi l’ennesima cicogna. Una scintilla e a Settembre nacque Giglia.

La sera del 13 gennaio 2012 nel cielo scuro del Nostro Mare quattromila persone videro l’ennesimo porticciolo illuminato. Il blackout e poi la disperazione.

Umani destini. Giglia, che ha quasi cinque anni, in vacanza sull’isola dove accadde la piu grande sciagura navale della storia italiana, la notte del 13 Gennaio 2012.

A memoria del naufragio, davanti al porticciolo, è rimasta una piattaforma sovrastata da un origami di ferro blu e giallo dove lavorano tuttora ed incessantemente tecnici, biologi, sommozzatori italiani e stranieri, che dopo avere disincagliato il relitto della nave e averla accompagnata in un porto per smantellarne la carcassa, stanno cercando di ripristinare un ecosistema ancora sofferente a causa di quel naufragio. Un cantiere infinito per una sciagura immane.

Per la prima volta vedo però un cantiere con occhi completamente diversi, con un sentimento di ammirazione e ritrovato orgoglio italiano. Mi hanno raccontato che i sommozzatori fanno turni da 1 ora, alternando 20min.di lavoro e 40min.di recupero, monitorati, ogni giorno, tutti i giorni,  con qualsiasi condizione atmosferica. Hanno recuperato resti, corpi, oggetti. Ora stanno cercando di ricomporre un paesaggio sottomarino sfregiato dalla nave incagliata e rimasta adagiata sul fondale per due anni.

Un’operazione senza uguali, purtroppo non ancora terminata. Si sta oggi portando avanti un lavoro minuzioso per ripopolare il fondale con le praterie di poseidonie,  ricreare l’habitat idoneo per scorfani, gallinelle e pinna nobilis, così come era prima del 2012.

Come in ogni cantiere, ahimè, nel corso degli anni si sono susseguite orde di pensionati in gita per vedere la “balena” arenata, guardare come andavano i lavori, portare un fiore (?). Semplice morbosità, direi io, e niente da fare nella vita, aggiungerei.

Mi piace sottolineare che la bellezza sta sempre negli occhi di chi guarda ed io vedo quello strano animale di ferro piazzato in mezzo al porticciolo come un gigantesco cormorano, in attesa di un banco di acciughe. Una visione positiva, elaborazione fantastica della mia mente per scacciare via i pregiudizi ignoranti di chi non è più tornato sull’ isola dopo la tragedia, di chi è approdato solo per fare macabro turismo, di chi non ha capito che qui la semplicità costituisce una rara e unica occasione.

Quasi quasi cambio mestiere e mi faccio assumere dalla Pro Loco.

CARNET D’ADRESSE

_ Appartamento delizioso con vista magnifica sul porto ospiti del gentilissimo Henryk.

_ Alimentari dalla Sig.ra Margherita, gentilissima coi bambini.

_Gelato da Nilo, da provare il gusto Fico isolano e il sorbetto alla mora.

_Ovunque Mare blu, limpido, profondo per chi alle piscine preferisce il mare vero.

Giglio Porto, 13.08.2017

 

 

Reflusso da cantiere

Amity Island

Finalmente ci siamo.

Lunedì mattina approderemo ad Amity Island per le vacanze in famiglia. Quest’anno è stata scelta una meta decisamente nostrana, compatibile con gli impegni presi e le distanze percorribili, felici comunque di riscoprire la nostra bella Italia. Quindi non é stata una meta scelta a caso, tutt’altro.

Entusiasti per gli scorci del porticciolo ci eravamo già ripromessi di tornare sull’isola con Giglia, in seconda battuta ci permettera’ di spezzare il viaggio verso la Capitale, ma sotto sotto, la mia scelta é stata dettata da una motivazione più sottile, bieca, che c’entra con i cantieri e lo strano malessere che generano in me.

Come coi cantieri? Eh, si, coi cantieri.

Da tempo ormai soffro di una patologia da me individuata e classificata come “sindrome da reflusso di cantiere”, malattia rarissima (io unico caso italiano, credo). Si manifesta ogni anno, piu o meno in estate, quando mi propongono di andare in spiaggia.

È nota ai più la mia idiosincrasia nei confronti dei cantieri, ma si fatica a comprendere il mio malumore parlando di sabbia.

Io non la sopporto, la sabbia. Non c’è sabbia al mondo che non mi abbia irritato nel corpo o nella mente : la bianca fine, la gialla grana grossa, la nera, la grigia, la rosa talco. Comunque vada, Io in spiaggia sto sempre in piedi. Al pensiero di sdraiarmi sulla sabbia mi sento male perché ho paura di impanarmi, sporcarmi, inzaccherare asciugamano e infradito. Ehm…Si, credo di avere bisogno della consulenza della mia amica Psiche, di fatto non riesco nemmeno a sedermi su una spiaggia, se non sospesa a 30cm di distanza dalla quota +/_ 0.00.

La mia analisi è che questa strana patologia sia riconducibile al mio astio per il cantiere, anche se a ben guardare…non so quale problema abbia generato l’altro.

In cantiere c’è sabbia ovunque. Sacchi di sabbia, sacchi di cemento rapido, sacchi di “mapegrau” (come diceva Franco del cantiere a Milano), sacchi di gesso, sacchi di “fugenfuller”. Con la consistenza variabile, dal talco alla polenta, i sacchi vengono aperti e da li fuoriescono a getto o a palate quintalate di sabbia. Orribile. Tutto il contenuto oltre che nella benedetta carriola, nella betoniera e per terra, finisce anche sui capelli, sulle ciglia, in bocca o negli occhi e in tutti gli interstizi. E io divento matta fino a quando non riesco a fare una bella doccia purificatrice, che lava via l’odore e i granelli polverosi di quella montagna di sabbia accumulata in una mattinata di cantiere.

Per cui abbiamo scelto di trascorrere 10 giorni su un isolotto con pochissime spiagge di sabbia, un isolotto tutto scogli. E dal mio modesto punto di vista il bello di andare al mare sugli scogli è che difficilmente ti entrano nel c..ostume!

Genova, 06.08.2017