Un arcobaleno di colori

Diffusa convinzione è che l’architetto femmina sia più preparata dei colleghi maschi sul tema dei colori.

Ciò non trova nessun tipo di conferma nella letteratura scientifica, non esistono test psicoattitudinali che indichino questa particolare inclinazione femminile per l’argomento “colore”  o corsi  particolari che le studentesse di architettura seguano per specializzarsi in “colori”. Anche dopo la laurea, maschi e femmine seguono più o meno lo stesso difficile percorso per affermarsi come professionisti ma la scelta dei colori spetta sempre all’architetto femmina, designer, arredatrice donna. Vai a capire…

A me, ovviamente, scappa sempre da ridere alla domanda: “Ma tu, ArchitettoXX, quale colore sceglieresti?”

Rido perchè la mia risposta è sempre unica e univoca : “Bianco.”

Alla domanda successiva :”Ma anche per la cameretta delle bambine? No, perchè noi avevamo pensato ad un “colore tamarindo” o  strisce di un colore “pesca albicoccata”.

Risposta: “Io direi Bianco.”

” Bianco??? ”

“Si beh, non proprio Bianco segnale, visto che è la camera delle bambine, azzardiamo un Bianco latte.”

Non è per pigrizia. A me il colore Bianco piace proprio, ma più mi ostino a proporlo, più vengo sommersa dalle nuove palette di colori alla moda. C’è stata l’invasione delle nuances anglosassoni: il beigino, il tortora, il talpa.

Poco tempo fa andavano i grigi finnici, intercalati dal verde tundra. Ora mi martellano coi colori pastello anni ’40-’50. Non parliamo poi dei primi anni duemila quando le pareti dei soggiorni si macchiavano con un orrido arancione, ripreso probabilmente dai gloriosi anni ’70.

La mia preparazione sui colori si può dire di livello standard: all’epoca avevo studiato che da un punto di vista fisico i colori dipendono dalla luce e dalla lunghezza d’onda.

Da un punto di vista storico-artistico so benissimo che nell’antichità per ottenere determinati  pigmenti si ricorreva allo sminuzzamento di insetti e minerali, so bene e capisco che colori diversi psicologicamente generano emozioni diverse, so che in zoologia, parlando di livree colorate, si possono avere tanti pretendenti quanti predatori.

In Architettura anche gli antichi romani facevano uso del colore sugli edifici, sia all’interno che all’esterno, so benissimo che quel genio di Le Corbusier faceva un uso intelligentissimo del colore e che la sedia di Rietveld non sarebbe stata la stessa dipingendola di un anonimo greige. So anche che in urbanistica rispettare il Piano del colore apporta qualità alle città.

Non parliamo poi del significato che l’uomo ancestralmente ha attribuito ai diversi colori: il verde indica qualcosa di velenoso, il rosso qualcosa di importante, il giallo di pericoloso, e bla bla bla….. il rosa alle femminucce e l’azzurro per i maschietti.

Comunque sia, alla domanda : “Giglia, come facciamo la cameretta nuova?” .

La risposta di mia figlia è stata ” Gialla, arancione e blu.”

Per una che mal sopporta tutto cio’ che va contro i propri principi, è stato un colpo basso, letteralmente. Personalmente l’avrei fatta bianca, tutta bianca.

Ora si prega di reggermi il gioco, perchè apportando motivazione tecniche, spero di farle cambiare idea:

“Come tutti i bambini sanno, Giglia,  il colore giallo delle tinteggiature viene fatto con i tuorli d’uovo e alla fine la cameretta  prenderebbe l’odore della frittata della scuola…lo so che ti piace la frittata della scuola ma tutti i giorni quell’odore…; il blu, purtroppo, attira i fantasmi e le zanzare….loro vedono la parete blu e pensano che sia notte ed escono….non hai paura?… e l’ arancione purtroppo pietrifica i gatti…presente quando attraversano la strada, che vedono il semaforo arancione e non riescono più a muoversi… vuoi pietrificare gatto Filo???….. Meglio bianca, cosa dici ?”.

Che serpe!

Monza, 12.10.2017

Federica Pacini

 

 

 

SciuradeMilan

Un Amico-Avvocato-Pluricommittente-Estimatore mi ha suggerito di testimoniare cosa si prova ad essere dall’altra parte della barricata.
Per una volta sono io a vestire i panni della Cliente-SciuradeMilan-IopagoergoIoesigo e mi trovo in una condizione di marasma totale, con seri disturbi di personalità multipla.

A maggio del 2016 avevo deciso che era arrivato il momento di cambiare casa e mi sono affidata a due architetti (descritti come bravissimi da una amica)  per ristrutturare e seguire il cantiere. Siamo ora a settembre 2017 e la casa non è ancora pronta. Colpa degli architetti? Colpa dell’impresa? Forse.

All’inizio eravamo partiti bene, si era in sintonia su tutto, su come avrei voluto che venisse la casa, poi mi hanno stufato coi loro suggerimenti e paranoie : la casa è mia e ci devo vivere io. Io pago e la voglio come dico io.

A discolpa dei professionisti c’è solo da dire che li ho scelti io perchè il mio appartamento presentava peculiarità tali per cui era necessario predisporre un progetto curato nei minimi dettagli dal principio. Ma fra la carta e la realtà, nonostante i render davvero realistici, c’è sempre di mezzo il mare. Quanto ci si impiega a fare quei render, mi chiedo? Mezza giornata, fa tutto il computer, no? E poi ore perse in discussioni, ci vediamo, ci ragioniamo, ci ripensiamo. Tempo buttato. L’unica cosa che volevo nella casa nuova era un inserto in Sassi del Piave e non me lo hanno messo, neanche nei render.

Vero è che ho cambiato idea molte volte, cioè è trascorso un anno dal primo incontro e le mode cambiano, e loro hanno cambiato i disegni parecchie volte assecondandomi. Ma con tutti quei disegni, fatti, corretti, modificati, alla fine hanno sbagliato ad ordinare il telaio di una porta.

Non faccio qui l’elenco delle cose mal interpretate, ma perchè tutti questi ritardi con la consegna del cantiere? Cioe’ l’impresa non può lavorare anche di notte? Di domenica nemmeno? Ah e poi l’impresa non mi può smontare anche il caminetto della casa  di Cortina e segare la pianta di fichi della casa di Panarea, che tanto hanno il camion da quelle parti?

(Secondo me gli architetti sono pure comunisti)

 

Monza, 30.09.2017

Chicca  Pavoni Lanzetti

Reflusso da cantiere

Amity Island

Finalmente ci siamo.

Lunedì mattina approderemo ad Amity Island per le vacanze in famiglia. Quest’anno è stata scelta una meta decisamente nostrana, compatibile con gli impegni presi e le distanze percorribili, felici comunque di riscoprire la nostra bella Italia. Quindi non é stata una meta scelta a caso, tutt’altro.

Entusiasti per gli scorci del porticciolo ci eravamo già ripromessi di tornare sull’isola con Giglia, in seconda battuta ci permettera’ di spezzare il viaggio verso la Capitale, ma sotto sotto, la mia scelta é stata dettata da una motivazione più sottile, bieca, che c’entra con i cantieri e lo strano malessere che generano in me.

Come coi cantieri? Eh, si, coi cantieri.

Da tempo ormai soffro di una patologia da me individuata e classificata come “sindrome da reflusso di cantiere”, malattia rarissima (io unico caso italiano, credo). Si manifesta ogni anno, piu o meno in estate, quando mi propongono di andare in spiaggia.

È nota ai più la mia idiosincrasia nei confronti dei cantieri, ma si fatica a comprendere il mio malumore parlando di sabbia.

Io non la sopporto, la sabbia. Non c’è sabbia al mondo che non mi abbia irritato nel corpo o nella mente : la bianca fine, la gialla grana grossa, la nera, la grigia, la rosa talco. Comunque vada, Io in spiaggia sto sempre in piedi. Al pensiero di sdraiarmi sulla sabbia mi sento male perché ho paura di impanarmi, sporcarmi, inzaccherare asciugamano e infradito. Ehm…Si, credo di avere bisogno della consulenza della mia amica Psiche, di fatto non riesco nemmeno a sedermi su una spiaggia, se non sospesa a 30cm di distanza dalla quota +/_ 0.00.

La mia analisi è che questa strana patologia sia riconducibile al mio astio per il cantiere, anche se a ben guardare…non so quale problema abbia generato l’altro.

In cantiere c’è sabbia ovunque. Sacchi di sabbia, sacchi di cemento rapido, sacchi di “mapegrau” (come diceva Franco del cantiere a Milano), sacchi di gesso, sacchi di “fugenfuller”. Con la consistenza variabile, dal talco alla polenta, i sacchi vengono aperti e da li fuoriescono a getto o a palate quintalate di sabbia. Orribile. Tutto il contenuto oltre che nella benedetta carriola, nella betoniera e per terra, finisce anche sui capelli, sulle ciglia, in bocca o negli occhi e in tutti gli interstizi. E io divento matta fino a quando non riesco a fare una bella doccia purificatrice, che lava via l’odore e i granelli polverosi di quella montagna di sabbia accumulata in una mattinata di cantiere.

Per cui abbiamo scelto di trascorrere 10 giorni su un isolotto con pochissime spiagge di sabbia, un isolotto tutto scogli. E dal mio modesto punto di vista il bello di andare al mare sugli scogli è che difficilmente ti entrano nel c..ostume!

Genova, 06.08.2017

Nomen Omen

“Gino! oh Gino! Fermati che sono arrivati, continui dopo.”

Nel frastuono che regna senza controllo in via Trota mi sono ritrovata a riflettere su una questione che ha catturato i miei pensieri mentre la betoniera mulinava con un gran fracasso e il martello pneumatico batteva: in cantiere non esistono operai che si chiamino Leone, Edoardo, Lapo o Otto. Insomma, quella sfornata di nomi di Papi e sovrani che  le mamme moderne adorano (perchè loro adooooorano!), in cantiere non si sono mai sentiti.

In cantiere esistono solo i Franco, i Gigi e i Mimmo. Di cognome fanno Africano, Cutrufo o Garrone. Loro, i muratori, sono i primi ad arrivare alle 7.50 per iniziare puntuali alle 8.00. Quando arriva l’impresa bergamasca, dai manovali agli operai più specializzati, si cambia registro perchè evidentemente le madri bergamasche hanno distribuito ai figli nomi che  terminano immancabilmente con la lettera “S”. E’ un tripudio di Amos, Hermes, Athos o Dennis. Questi di cognome fanno Brambillasca, Garminati o Zanetti.

Nella fase successiva arrivano le squadre degli italianizzati, cioè operai arrivati nel nostro Paese molti anni fa che hanno italianizzato il proprio impronunciabile nome, togliendovi molte consonanti, per cui Fathmir è diventato Fabio, Piotr si è trasformato in Pietro, Stavros in Stauros, che potrebbe essere confuso come appartenente alla ditta bergamasca ma in realtà proviene da un est molto più a oriente di Curno.

Proseguendo con le fasi del cantiere si nota un assestamento: intervengono i vari rappresentanti, i fornitori abituali, quelli che di nome fanno Luca, Roberto, Massimo. Di cognome a seconda della provenienza geografica possono chiamarsi Cereda, Rossi, Fumagalli ma anche Innerhofer o Avetrano. Comunque hanno nomi piuttosto correnti, facilmente pronunciabili e che si ricordano senza cercarli sulla rubrica.

Potenza della mente della madri! Sapevano già che i propri pargoli avrebbero intrapreso la carriera in un’ azienda di prodotti per l’edilizia e dai tempi più remoti affibbiarono loro nomi “normali”, di quelli che non puoi sbagliare la pronuncia.

In questa gerarchia di competenze e di nomi,  in cima alla piramide c’è il proprietario dell’immobile. Il committente che si affida a tutti questi Gino, Franco, Dennis o Serghej  spesso non ha un nome comune. Quello del cliente finale è un nome che puo’ suonare come Gianriccardo Iezzi di Montorfano, per gli amici lo Iezzi, o Teodoro Rosi De Calasciutta, detto Dodo. Un pò fantozziano come concetto ma purtroppo la realtà a volte supera la finzione.

Comunque, mai nessuno che si chiami Stefania, Olga o Gianna in cantiere.

Monza, 23.07.2017