Coturni

Turno di riposo in cantiere. Di domenica non si lavora. In mancanza di episodi in diretta traggo spunto da una gag postata giorni fa da una simpatica showgirl: con cappello di carta e badile si guadagnava centinaia di likes imitando un Dennis chiunque, muratore bergamasco. Tutto perfetto perché sembrasse vero, dalla pronuncia perfetta alla scenografia perfetta. L’occhio esperto tuttavia intuisce al volo che trattasi di una messinscena perché c’è un macroscopico errore in quella rappresentazione. Potrebbe essere considerato un dettaglio minuscolo e tempestato di perline ma è il primo indizio che ti fa supporre che sia una farsa bella e buona dal momento che in cantiere si dovrebbero portare sempre le scarpe antinfortunistiche. Quindi tutto perfetto tranne il sandalo. Già…il sandalo!  Eppure con questa lampante svista della conduttrice svizzera posso solo concordare.

Cioè… le donne in cantiere, per poche che siano, detestano le antinfortunistiche!

Proprio non ce la fanno. E io sono la prima a non riuscire a calzarle. Non riesco, è più forte di me. Gli architetti maschi sono più fortunati perché sin dai tempi di Leon Battista Alberti se la sono sempre cavata con un paio di polacchine scamosciate. D’estate e d’inverno. Sempre quelle.

Ma il generico architetto xx, d’estate, che si mette per i sopralluoghi? Io cado sempre in tentazione, quindi vado spesso di sandalo. Con conseguenze inimmaginabili. Per prima cosa attraggo sguardi contrariati da parte del capocantiere; a seguire risatine da comari degli operai; per concludere tirate d’orecchi dal Responsabile della Sicurezza. Coi sandaletti a T sobbalzo fra mattoni a due e tre fori, mi divincolo dalle guaine e porgo attenzione alle cuneette degli impianti. Sempre volteggiando sulle punte,  onde evitare che del terriccio possa penetrare nel sandalo sotto al piede perché potrei avere una crisi di nervi. D’estate spesso mi piace portare anche le calzature con suola in corda, di certo poco adatte ad affrontare chiodi, malta fresca  e lamierini, ma anche in questo caso me ne infischio.

Ho ricordi di una collega che con i sabot di corda affrontò un rilievo di una cantina allagata con una grandissima prova di coraggio. Un’altra che nei primi giorni di settembre di molti anni fa, in infradito di cuoio, fu spedita a Sankt Moritz per assistere al montaggio degli arredi, con una temperatura esterna di 3°C. Ma io le capisco, queste martiri, eccome se le capisco!

Da sportiva come mi dichiaro dovrei porre più attenzione a non correre rischi piuttosto che all’aspetto delle mie scarpe. Talvolta ammetto a me stessa di dovermi adeguare agli eventi perciò in caso di demolizioni pesanti o freddo artico mi porto nel bagagliaio dell’auto un paio di antinfortunistiche scamosciate che estraggo da un borsone come fossero un coniglio bianco che esce dal cilindro. E li scatta l’applauso!!!! Continua a leggere

Piero Manzoni

Questa mattina solo due sopralluoghi di cantiere per me. Primo appuntamento alle 8.30 e a seguire sosta in Via Trota con questi risultati: una lavastoviglie praticamente nuova che non può essere montata, una porta con un angolo sbeccato, uno specchio col foro sul lato sbagliato.

Intoppi, per carità. Nessuno è morto, ma le giornate che cominciano faticose terminano a sera inoltrata che vorresti sparare a chiunque. Mi chiedo se anche nelle altre professioni ci siano così tanti imprevisti, così tanti interlocutori, e…..così poche donne!

Si perchè anche oggi ero l’unico esemplare femmina fra il collega XY, l’imbianchino, i due serramentisti, il manovale, il muratore specializzato in intonaci e il muratore che sa fare tutto. Anche oggi, varcando la soglia dei due appartamenti in cantiere ho fatto in modo che entrasse per primo il collega XY. Lungi da me l’idea di trovarmi (come già capitato) il Mimmo della situazione in mutande o il Pino che fa pipì nel wc senza tavoletta, unico elemento rimasto di un bagno demolito! Queste abitudini cameratesche sembra siano ormai leggendarie nel mio settore. Ricordo che anni fa nel cantiere di via dei Pazzi c’era pure chi pisciava sulle macerie ma fortunatamente questa barbara quanto inutile pratica è caduta in disuso. Rimangono invece attualissimi i pantaloni con la famosa riga da idraulico.

Certo, che pensavi? E’ naturale che sia così, il cantiere è un cantiere non è una galleria d’arte moderna! Dicono gli esperti.

Il mio cervello però elabora strane strategie di sopravvivenza e spesso per farmi digerire certi costumi mi fa credere di essere nell’ambiente candido e ovattato del MoMa. L’istinto mi suggerisce di interpretare le malsane azioni degli operai come una provocatoria performance  di Cattelan, un gesto artistico di Manzoni o un flash mob assai spinto. E così vado avanti, dubitando comunque che una Marina Abramovich o una Marlene Dumas abbiano la stessa sensibilità artistica, vuoi che son donne, vuoi che sono serie.

Per farla breve, tutti questi grandi lavoratori avranno diritto di fare pipì o di cambiarsi i pantaloni inzaccherati di gesso ma gli episodi di oggi  mi fanno rimpiangere di non avere scelto di fare la parrucchiera o la violinista.

Monza, 26.07.2017

Nomen Omen

“Gino! oh Gino! Fermati che sono arrivati, continui dopo.”

Nel frastuono che regna senza controllo in via Trota mi sono ritrovata a riflettere su una questione che ha catturato i miei pensieri mentre la betoniera mulinava con un gran fracasso e il martello pneumatico batteva: in cantiere non esistono operai che si chiamino Leone, Edoardo, Lapo o Otto. Insomma, quella sfornata di nomi di Papi e sovrani che  le mamme moderne adorano (perchè loro adooooorano!), in cantiere non si sono mai sentiti.

In cantiere esistono solo i Franco, i Gigi e i Mimmo. Di cognome fanno Africano, Cutrufo o Garrone. Loro, i muratori, sono i primi ad arrivare alle 7.50 per iniziare puntuali alle 8.00. Quando arriva l’impresa bergamasca, dai manovali agli operai più specializzati, si cambia registro perchè evidentemente le madri bergamasche hanno distribuito ai figli nomi che  terminano immancabilmente con la lettera “S”. E’ un tripudio di Amos, Hermes, Athos o Dennis. Questi di cognome fanno Brambillasca, Garminati o Zanetti.

Nella fase successiva arrivano le squadre degli italianizzati, cioè operai arrivati nel nostro Paese molti anni fa che hanno italianizzato il proprio impronunciabile nome, togliendovi molte consonanti, per cui Fathmir è diventato Fabio, Piotr si è trasformato in Pietro, Stavros in Stauros, che potrebbe essere confuso come appartenente alla ditta bergamasca ma in realtà proviene da un est molto più a oriente di Curno.

Proseguendo con le fasi del cantiere si nota un assestamento: intervengono i vari rappresentanti, i fornitori abituali, quelli che di nome fanno Luca, Roberto, Massimo. Di cognome a seconda della provenienza geografica possono chiamarsi Cereda, Rossi, Fumagalli ma anche Innerhofer o Avetrano. Comunque hanno nomi piuttosto correnti, facilmente pronunciabili e che si ricordano senza cercarli sulla rubrica.

Potenza della mente della madri! Sapevano già che i propri pargoli avrebbero intrapreso la carriera in un’ azienda di prodotti per l’edilizia e dai tempi più remoti affibbiarono loro nomi “normali”, di quelli che non puoi sbagliare la pronuncia.

In questa gerarchia di competenze e di nomi,  in cima alla piramide c’è il proprietario dell’immobile. Il committente che si affida a tutti questi Gino, Franco, Dennis o Serghej  spesso non ha un nome comune. Quello del cliente finale è un nome che puo’ suonare come Gianriccardo Iezzi di Montorfano, per gli amici lo Iezzi, o Teodoro Rosi De Calasciutta, detto Dodo. Un pò fantozziano come concetto ma purtroppo la realtà a volte supera la finzione.

Comunque, mai nessuno che si chiami Stefania, Olga o Gianna in cantiere.

Monza, 23.07.2017

 

Cantiere da femmina

 

Architetto XX…sarebbe a dire?

Sarebbe a dire Architetto Femmina, con i cromosomi XX.

Perché sono una mamma, faccio l’architetto e volevo tenere un diario per raccontare le mie giornate lavorative a mia figlia Giglia di quattro anni.

Spesso mi tocca andare in cantiere, ambiente che detesto ma volente o nolente devo frequentare. Eppure, in un giorno qualsiasi di questa strana estate, nel cantiere di Via Trota, mi sono chiesta come fare a digerire questa parte del mio lavoro che proprio non sopporto.

Manco a dirlo ho trovato la risposta in mezzo agli impianti appena posati (perchè non avevo le scarpe adatte, ovvero espadrillas con suola in corda !!) : non subire il cantiere ma sfruttarlo come un pozzo inesauribile di aneddotti paradossali, apprezzandone le bizzarrie e ricordando sempre a me stessa che sono una donna in un mondo, quello dell’edilizia,  che nulla ha di femminile.

Così in quel giorno qualsiasi mi è balenata l’idea di compilare un resoconto patinato delle mie giornate lavorative, come fosse un giornale di cantiere, per dare una svolta ironica e di genere ad un mondo che non contempla le femmine, per insegnare a Giglia che non esistono “lavori da femmina e lavori da maschio”, per mettere del frivolo dove non c’è e….. del profumo dove manca!

Cercherò di avere rispetto di tutti poichè so benissimo che il cantiere è un luogo di lavoro, dove uomini,  padri di famiglia, mariti si spezzano la schiena dalle 6 del mattino, ma insomma….concedetemi il beneficio della frivolezza visto che non sempre questi energumeni mi hanno accolto come una professionista. Anzi. In gioventù, proprio all’inizio della gavetta, gli operai più giovani erano soliti (a parte guardarmi come se venissi da Marte_per essere gentili) apostrofarmi con un “è mezzogiorno, butta la pasta”. Come per dirmi di starmene a casa a cucinare anzicchè rompere le scatole a loro uomini veri.

Ma sentirsi sempre fuori posto ha dei risvolti positivi perchè si riesce ad osservare tutto con uno sguardo distaccato e critico e a tal proposito la giornata di ieri è stata pesante ma molto divertente.

Presenti: io, il collega architetto XY, il titolare dell’impresa, l’idraulico, il suo garzone, l’elettricista, il rappresentante di parquet, il serramentista  e i suoi due dipendenti, due gessisti. Ovvero: femmine 1-maschi 11. In mezzo al delirio frenetico di volere terminare i lavori entro la data prevista, faccio finta di non ascoltare il mio collega che rimprovera pesantemente un gessista. Per non fare sentire in imbarazzo il poveretto già pesantemente provato dal cazziatone faccio finta di cercare difetti di montaggio nei serramenti ma, accidenti alle frivolezze, l’occhio mi cade sull’abbigliamento di un operaio. Operaio di 120q Kg, tutti sulla pancia.

In pantaloncini azzurri di felpa e maglietta rossa cercava di montare una porta in un ripostiglio di 1 mq. Per ovviare al sudore che grondava abbondante dalla fronte, si era munito di salvietta celeste, con iniziali ricamate col puntocroce. Come quella che Giglia usa alla materna! La scena era davvero buffa, e mi è scappato da ridere. Sono stata sorpresa ridere sotto i baffi dal dipendente di Papa Pig, che si è fatto pure lui una gran risata.

Quindi tutte le tensioni del cazziatone al gessista si sono smorzate, mi è bastato focalizzare l’attenzione sul look ricercato del nostro buon serramentista.

Monza, 17.07.2017