Dalle Stalle alle Stelle

Promossa con pieni voti a perfetta Mini Collega XX .

Giglia mi ha stupito con la realizzazione di questo piccolo manufatto che sarebbe svilente chiamare “lavoretto”. La mia bambina ha costruito una stalla in miniatura… per passare il tempo! Devo ammettere che il kit di costruzione prevedeva l’aiuto di un adulto, meglio se conoscitore della lingua tedesca, e la predisposizione mentale dell’adulto ad inzaccherare ogni angolo del soggiorno.

Tuttavia Giglia si è talmente appassionata alla costruzione che ho superato ogni idiosincrasia verso il sacchettino di conglomerato polveroso che serviva per il legante.

I mattoncini forati del kit ci hanno dato lo spunto per discutere di posa del mattone, di testa o di costa, delle dimensioni vere dei forati, del perché alcuni mattoni sono pieni e altri hanno i fori, di esempi di costruzioni in mattoni che abbiamo visto insieme.

Mentre impastavamo il legante, con in mano la mini cazzuola, Giglia inventava il suo progetto di mini stalla ed ha creato un rifugio bellissimo e molto minimal per il cavallino. Ci ha ragionato, per far bastare i pezzi della confezione, per ottenere un’altezza adeguata per il cavallino, per fare inclinare la copertura. Io ero solo il manovale addetto al cemento (!), lei progettava e allo stesso tempo costruiva alternando file di mattoncini e cemento. Davvero un bel pomeriggio e un bel gioco.

La riflessione riguarda il packaging di quel gioco di costruzioni: l’azienda produttrice tedesca ha illustrato sulla scatola il prodotto finito e le fasi di montaggio ad opera di una Bambina (femminuccia!!), bionda con codini, alle prese con malta e mattoni. Scatola gialla e rossa; niente rosa, poco blu, alberello green. Ho già detto tutto.

Ma ecco che ogni mattina, per andare alla materna, Giglia mi abbaglia con outfits tipo Diana Ross, star dello “Studio 54”, tutta glitter, lustrini, fantasie, luci e colori che all’apparenza sono un pugno nello stomaco. Poi la guardo meglio, con gli occhi da mamma, e non posso che apprezzarne il magico dualismo di imprevedibilità e concretezza, fantasia e pragmatismo.

110 cum Laude. Ti nomino Dottoressa in Architetturaefemminilità.

Monza, 14.11.2017

Federica Pacini


Violazione di domicilio.

Avevo parecchi altri articoli in archivio ma questa settimana non riesco a pensare ad altro se non al tentativo di furto e alla violazione di domicilio perpetrati nei miei confronti.

Quando però mi sono accorta che per i ladri comuni il concetto di “oggetto di valore” non collima con il mio ho tirato un sospiro di sollievo. Certo, la rabbia e le maledizioni non sono mancate ma in quella abitazione non c’era nulla che potesse fare gola al ladruncolo comune : nulla di luccicante, nulla di scintillante.

La cosa oggettivamente più preziosa di quell’appartamento è il pavimento.

Si tratta di un seminato alla genovese originale, posato all’epoca della costruzione della casa, alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Con alle spalle un progetto di edilizia popolare Ex-INA Casa, tutto il lotto è stato edificato per fare fronte all’emergenza abitativa dell’epoca. Le palazzine sono disposte a pettine rispetto al fronte stradale, con un ingresso condominiale arretrato e protetto. Alcune godono di una vista sorprendente, altre sono meno fortunate ma ogni edificio possiede appartamenti ampi, con possibilità di avere un piccolo giardinetto privato al piano terra e un lastrico solare comune.

Il valore intrinseco di quell’appartamento è di essere stato progettato insieme all’edificio da Qualcuno e che l’intero quartiere è stato pianificato da quel Qualcuno : “Allora qui mettiamo i nuovi insediamenti abitativi, qua l’asilo, qua la scuola, qua il campo sportivo, qua c’è già un ospedale. I negozi di quartiere esistono già e sono proprio lì, vicino alla Parrocchia. La stazione ferroviaria è facile da raggiungere ma la strada con le automobili dovrà lambire ogni palazzina e ogni abitante dovrà avere spazio sufficiente per fare crescere la propria famiglia. “

Ammetto che ora gli appartamenti tecnologicamente sono un po’ datati ma la scelta oculata dei materiali ha fatto la differenza.

Si provi a chiedere quanto costa oggigiorno la fornitura e la posa al metro quadro del seminato alla genovese con inserti di tozzetti di marmo di Carrara . Mi pare 260,00€ + iva. Alla faccia dell’edilizia popolare!!!

Erano altri tempi, ma quel pavimento, che quel famoso Qualcuno aveva indicato nel capitolato è ancora lì, non perfetto ma bellissimo, che supera ogni moda e va oltre ogni capriccio.

Che dire del lavello alla genovese, in dotazione ad ogni appartamento? Lastre di marmo tagliate e lavorate a mano, un blocco scavato dal pieno. Sempre perchè quel Qualcuno aveva pensato di unire la tradizione a quella che doveva essere una abitazione moderna. Sempre di edilizia popolare.

Soffitti alti, locali ampi e ben illuminati e ventilati. Qualcuno aveva progettato le palazzine popolari accertandosi dell’orientamento ideale, studiandone l’ombreggiamento a seconda delle stagioni. Ho addirittura l’impressione che abbiano saputo incanalare lo Scirocco e la Tramontana.

La vista mare è un di più che insieme al pavimento sono la cosa più preziosa di quell’appartamento. Grazie Signor Qualcuno, ma soprattutto grazie nonni, grazie papà.

E voi, ladri ignoranti, andate pure alla ricerca di banali chincaglierie che io mi sdraio sul mio bel pavimento.

Monza, 30.10.2017

Federica Pacini

 

 

 

 

 

Un arcobaleno di colori

Diffusa convinzione è che l’architetto femmina sia più preparata dei colleghi maschi sul tema dei colori.

Ciò non trova nessun tipo di conferma nella letteratura scientifica, non esistono test psicoattitudinali che indichino questa particolare inclinazione femminile per l’argomento “colore”  o corsi  particolari che le studentesse di architettura seguano per specializzarsi in “colori”. Anche dopo la laurea, maschi e femmine seguono più o meno lo stesso difficile percorso per affermarsi come professionisti ma la scelta dei colori spetta sempre all’architetto femmina, designer, arredatrice donna. Vai a capire…

A me, ovviamente, scappa sempre da ridere alla domanda: “Ma tu, ArchitettoXX, quale colore sceglieresti?”

Rido perchè la mia risposta è sempre unica e univoca : “Bianco.”

Alla domanda successiva :”Ma anche per la cameretta delle bambine? No, perchè noi avevamo pensato ad un “colore tamarindo” o  strisce di un colore “pesca albicoccata”.

Risposta: “Io direi Bianco.”

” Bianco??? ”

“Si beh, non proprio Bianco segnale, visto che è la camera delle bambine, azzardiamo un Bianco latte.”

Non è per pigrizia. A me il colore Bianco piace proprio, ma più mi ostino a proporlo, più vengo sommersa dalle nuove palette di colori alla moda. C’è stata l’invasione delle nuances anglosassoni: il beigino, il tortora, il talpa.

Poco tempo fa andavano i grigi finnici, intercalati dal verde tundra. Ora mi martellano coi colori pastello anni ’40-’50. Non parliamo poi dei primi anni duemila quando le pareti dei soggiorni si macchiavano con un orrido arancione, ripreso probabilmente dai gloriosi anni ’70.

La mia preparazione sui colori si può dire di livello standard: all’epoca avevo studiato che da un punto di vista fisico i colori dipendono dalla luce e dalla lunghezza d’onda.

Da un punto di vista storico-artistico so benissimo che nell’antichità per ottenere determinati  pigmenti si ricorreva allo sminuzzamento di insetti e minerali, so bene e capisco che colori diversi psicologicamente generano emozioni diverse, so che in zoologia, parlando di livree colorate, si possono avere tanti pretendenti quanti predatori.

In Architettura anche gli antichi romani facevano uso del colore sugli edifici, sia all’interno che all’esterno, so benissimo che quel genio di Le Corbusier faceva un uso intelligentissimo del colore e che la sedia di Rietveld non sarebbe stata la stessa dipingendola di un anonimo greige. So anche che in urbanistica rispettare il Piano del colore apporta qualità alle città.

Non parliamo poi del significato che l’uomo ancestralmente ha attribuito ai diversi colori: il verde indica qualcosa di velenoso, il rosso qualcosa di importante, il giallo di pericoloso, e bla bla bla….. il rosa alle femminucce e l’azzurro per i maschietti.

Comunque sia, alla domanda : “Giglia, come facciamo la cameretta nuova?” .

La risposta di mia figlia è stata ” Gialla, arancione e blu.”

Per una che mal sopporta tutto cio’ che va contro i propri principi, è stato un colpo basso, letteralmente. Personalmente l’avrei fatta bianca, tutta bianca.

Ora si prega di reggermi il gioco, perchè apportando motivazione tecniche, spero di farle cambiare idea:

“Come tutti i bambini sanno, Giglia,  il colore giallo delle tinteggiature viene fatto con i tuorli d’uovo e alla fine la cameretta  prenderebbe l’odore della frittata della scuola…lo so che ti piace la frittata della scuola ma tutti i giorni quell’odore…; il blu, purtroppo, attira i fantasmi e le zanzare….loro vedono la parete blu e pensano che sia notte ed escono….non hai paura?… e l’ arancione purtroppo pietrifica i gatti…presente quando attraversano la strada, che vedono il semaforo arancione e non riescono più a muoversi… vuoi pietrificare gatto Filo???….. Meglio bianca, cosa dici ?”.

Che serpe!

Monza, 12.10.2017

Federica Pacini

 

 

 

Casa del Papa e Villa di Adriano

PARTE 2 (VILLA DI ADRIANO)

L’odore di spazzatura e le sterpaglie ancora fumanti, alcune prostitute appassite sotto le indicazioni sbiadite di centri commerciali sono il pegno da pagare per potere raggiungere Tivoli percorrendo la Via dei Castelli. La strada ti obbliga a lambire l’estrema periferia romana, uguale a qualsiasi altra degradata periferia. Un classico esempio di non luogo, si pronuncerebbero tutti gli architetti di mia conoscenza.

Poi però si svolta seguendo le chiare indicazioni per Villa Adriana e si comprende di non essere in un luogo qualunque. La Villa di Adriano è un Luogo con la L maiuscola, un Sito classificato Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO. Che ti lascia a bocca aperta, Giglia cinquenne compresa.

Gli scavi si estendono per 120 ettari, (non oso immaginare la durata del cantiere! ) inframezzati da ulivi e pini marittimi, quindi nonostante il  furbo ingresso delle 11.00 a.m. la visita di tre ore è stata piacevole, rilassante e di grande ispirazione. Villa Adriana costituisce da sempre una tappa obbligata del Grand Tour di ogni grande artista o architetto e non ho fatto fatica ad immaginarmi un Le Corbusier o un Kahn gironzolare tra le rovine; ci ho visto però anche una bambina incuriosita dai cunicoli, dagli edifici, dagli specchi d’acqua e dai blablabla di mamma e papà.

Purtroppo data l’età prescolare di Giglia non mi sono soffermata troppo sui dettagli, avrei voluto leggere ogni descrizione, avrei voluto fare una visita con l’audioguida, avrei voluto guardare con calma la piantina del sito e studiarmi con attenzione le planimetrie degli edifici, ma è stato ugualmente interessante cercare di trovare spunti adeguati per tutte le età.

Il Teatro Marittimo è talmente perfetto da sembrare la scenografia ideale per un film sui Pirati. Un isolotto circondato da un canale (con tartarughe) di forma circolare al quale si accedeva tramite un ponte levatoio. Volte e colonne ioniche coronano il complesso e lo concludono conferendogli l’aspetto di un piccolo, prezioso giardino segreto.

Il Canopo, con la sua distesa d’acqua verde, lascia invece immaginare feste e baccanali. Una vasca olimpionica, coronata da statue, al cui bordo una esedra faceva da sfondo a zampilli e giochi d’acqua. Impressionante per bellezza e originalità, anche se, ahinoi,  credo sia stata fonte d’ispirazione per ogni piscina coatta del Bel Paese e d’OltreMare.

E poi cupole, volte,criptoportici e ninfei. Passaggi segreti e mosaici da non calpestare. Giglia ha assimilato tutto questo in tre ore. Ha persino capito che Adriano, che era Imperatore, si faceva portare dai servi, attraverso tunnel sotterranei per non disturbare gli ospiti, frutta fresca ad ogni ora e che aveva fidanzato, con la O, che amava moltissimo.

Tivoli, 19.08.2017 _ Monza 21.08.2017

Federica Pacini.

Casa del Papa e Villa di Adriano

PARTE 1 (LA CASA DEL PAPA)

L’avevamo allenata per mesi, preparata ed istruita da marzo.

“Giglia, ti porteremo a Roma, a vedere la Casa del Papa, proprio come ci avevi chiesto tu. Andremo anche a vedere la Villa dell’imperatore Adriano”.

E’ iniziato così il tour dalla Capitale, infarcendo ogni tappa con racconti e aneddoti che potessero destare interesse in Giglia. Arrivati a San Pietro abbiamo snocciolato tutto il nostro sapere sul colonnato del Bernini, che sembra un abbraccio, che se ti metti in un punto preciso della Piazza vedi solo la prima fila di colonne, sulla gigantesca cupola ideata da Bramante e completata da Michelangelo detta Er Cupolone, sulle Guardie Svizzere che si vestono di feltro anche in Agosto.

In Piazza Navona abbiamo fatto un selfie imitando il gesto del gigante della fontana dei Quattro Fiumi dell’architetto Bernini, che indispettito dell’opera dell’architetto Borromini, pensava che la Chiesa di S. Agnese stesse per cadere e ne ha immortalato lo sdegno.

Al Pantheon l’abbiamo incantata con la storiella dell’occhio di luce, da cui non entra mai acqua e a Fontana di Trevi abbiamo espresso il desiderio di tornare a Roma lanciando la monetina con un rito magico.

Esperienza molto positiva la visita della Città Eterna con figlia cinquenne al seguito, ma poi ci siamo rifugiati al fresco dei Colli Albani soggiornando nel silenzioso borgo che fu la residenza estiva del Papa, luogo di pellegrinaggio e meditazione.

A fine giornata Giglia, stanca ma con occhi da malandrina, proprio davanti alla Collegiata del Bernini emetteva un rutto talmente abominevole che, in confronto, nemmeno la cupola, la piazza e la prospettiva barocca del piccolo borgo avrebbero potuto suscitare tanto sbigottimento nei pellegrini . Noi, come genitori impostati e radical chic, altro non abbiamo saputo fare se non comprarci una bella bottiglia gelata de Frascati Superiore con quattro porzioni di Vera Porchetta D’Ariccia e per toglierci d’imbarazzo intonare un bel  “ma che cce frega, ma che cc’emportaaaaaa se dentr ar vino….” e ci siamo divertiti davvero. Ecchecce vò

Castel Gandolfo, 18.08.2017 _ Monza 21.08.2017

Federica Pacini.

Peccando di presunzione su questo articolo sono obbligata a mettere il copyright, col mio nome vero e come sempre indicando la data. Ieri, sgomenta, mi sono accorta che sulla rubrica di Viaggi di Repubblica un giornalista (quindi suppongo laureato in Lettere, iscritto ad un Albo e con esperienza , cosa che non sono io) in data 19.08.2017  ha, secondo me, preso molti (troppi) spunti dall’ultimo mio articolo intitolato “La Cicogna di ferro” del 13.08.2017. Vorrai mica che una testata come Repubblica vada a copiare tutti i racconti di viaggio di architettoxx, ti pare?

Piero Manzoni

Questa mattina solo due sopralluoghi di cantiere per me. Primo appuntamento alle 8.30 e a seguire sosta in Via Trota con questi risultati: una lavastoviglie praticamente nuova che non può essere montata, una porta con un angolo sbeccato, uno specchio col foro sul lato sbagliato.

Intoppi, per carità. Nessuno è morto, ma le giornate che cominciano faticose terminano a sera inoltrata che vorresti sparare a chiunque. Mi chiedo se anche nelle altre professioni ci siano così tanti imprevisti, così tanti interlocutori, e…..così poche donne!

Si perchè anche oggi ero l’unico esemplare femmina fra il collega XY, l’imbianchino, i due serramentisti, il manovale, il muratore specializzato in intonaci e il muratore che sa fare tutto. Anche oggi, varcando la soglia dei due appartamenti in cantiere ho fatto in modo che entrasse per primo il collega XY. Lungi da me l’idea di trovarmi (come già capitato) il Mimmo della situazione in mutande o il Pino che fa pipì nel wc senza tavoletta, unico elemento rimasto di un bagno demolito! Queste abitudini cameratesche sembra siano ormai leggendarie nel mio settore. Ricordo che anni fa nel cantiere di via dei Pazzi c’era pure chi pisciava sulle macerie ma fortunatamente questa barbara quanto inutile pratica è caduta in disuso. Rimangono invece attualissimi i pantaloni con la famosa riga da idraulico.

Certo, che pensavi? E’ naturale che sia così, il cantiere è un cantiere non è una galleria d’arte moderna! Dicono gli esperti.

Il mio cervello però elabora strane strategie di sopravvivenza e spesso per farmi digerire certi costumi mi fa credere di essere nell’ambiente candido e ovattato del MoMa. L’istinto mi suggerisce di interpretare le malsane azioni degli operai come una provocatoria performance  di Cattelan, un gesto artistico di Manzoni o un flash mob assai spinto. E così vado avanti, dubitando comunque che una Marina Abramovich o una Marlene Dumas abbiano la stessa sensibilità artistica, vuoi che son donne, vuoi che sono serie.

Per farla breve, tutti questi grandi lavoratori avranno diritto di fare pipì o di cambiarsi i pantaloni inzaccherati di gesso ma gli episodi di oggi  mi fanno rimpiangere di non avere scelto di fare la parrucchiera o la violinista.

Monza, 26.07.2017