KEEP CALM AND …

Keep Calm, Keep Calm, Keep Calm. Ovvero mantieni la calma. Questo è il mantra che vado ripetendo ogni volta che varco la soglia di un cantiere. Inclusa l’altra mattina.

Felice come una Pasqua perchè il cantiere di Via Trota è in fase di consegna, alzo gli occhi verso il soffitto imbiancato di fresco. Noto un puntino bianco molto lucido, troppo lucido, proprio lassù, sul plafone della futura sala da pranzo.

Con una smorfia di disappunto e un occhio semichiuso da cui traspare il mio nervosismo, faccio 2+2 e concludo che l’impianto del bagno dell’appartamento al piano di sopra ha una perdita d’acqua. A casa quasi ultimata, le tubature del bagno sopra al mio futuro soggiorno perdono acqua!

A Luglio avevo già fatto notare strane macchie sul soffitto non ancora rasato a gesso, ma piuttosto che dare ragione ad una femmina, Energumeno 1, 2, 3, 4 fra un “sì poi guardiamo meglio, no ma è tutto a posto, no è asciutto, ho sistemato per bene, ho chiuso tutto l’impianto, sembra bagnato ma è un riflesso” ed altri commenti irripetibili detti probabilmente sottovoce, la cosa è passata in secondo piano. Grazie…e adesso?!

Mea culpa, avrei dovuto ruggire di più, mi dico. (Keep Calm)

Comunque sia dall’esperienza accumulata in questi anni posso affermare che alcune disgrazie di cantiere sono difficili da prevedere. In particolar modo quando hai già conseganto le chiavi dell’appartamento.

Come si fa a prevedere che una partita di colla da parquet di un marchio noto e italiano era difettosa ed anzicchè indurire col tempo questa è diventata gommosa? Il risultato è che i proprietari hanno dovuto sollevare il pavimento e fare posare un nuovo parquet. Fortunatamente seria, l’azienda produttrice si è sobbarcata il costo dell’intervento riparatore. (Keep Calm)

Esistono per questo le assicurazioni, ma come si fa a prevedere che il milanesissimo inquilino dell’abitazione del quinto piano, due piani sopra all’appartamento appena consegnato se ne infischia delle disposizioni condominiali e tira lo sciacquone inondando con lo scarico l’appartamento sotto-sotto-stante?. (Keep Calm)

Vorrei saperlo. E questi sono solo alcuni episodi recenti che mi vengono in mente, ma se vado a cercare negli archivi, capitolo “imprevisti”, mi metto le mani nei capelli.

Quindi mi conviene solo sorridere…. and say Keep Calm, CarryOn, That’s Cantiere!

Monza, 23.11.2017

Federica Pacini

 

 

 

 

 

Dalle Stalle alle Stelle

Promossa con pieni voti a perfetta Mini Collega XX .

Giglia mi ha stupito con la realizzazione di questo piccolo manufatto che sarebbe svilente chiamare “lavoretto”. La mia bambina ha costruito una stalla in miniatura… per passare il tempo! Devo ammettere che il kit di costruzione prevedeva l’aiuto di un adulto, meglio se conoscitore della lingua tedesca, e la predisposizione mentale dell’adulto ad inzaccherare ogni angolo del soggiorno.

Tuttavia Giglia si è talmente appassionata alla costruzione che ho superato ogni idiosincrasia verso il sacchettino di conglomerato polveroso che serviva per il legante.

I mattoncini forati del kit ci hanno dato lo spunto per discutere di posa del mattone, di testa o di costa, delle dimensioni vere dei forati, del perché alcuni mattoni sono pieni e altri hanno i fori, di esempi di costruzioni in mattoni che abbiamo visto insieme.

Mentre impastavamo il legante, con in mano la mini cazzuola, Giglia inventava il suo progetto di mini stalla ed ha creato un rifugio bellissimo e molto minimal per il cavallino. Ci ha ragionato, per far bastare i pezzi della confezione, per ottenere un’altezza adeguata per il cavallino, per fare inclinare la copertura. Io ero solo il manovale addetto al cemento (!), lei progettava e allo stesso tempo costruiva alternando file di mattoncini e cemento. Davvero un bel pomeriggio e un bel gioco.

La riflessione riguarda il packaging di quel gioco di costruzioni: l’azienda produttrice tedesca ha illustrato sulla scatola il prodotto finito e le fasi di montaggio ad opera di una Bambina (femminuccia!!), bionda con codini, alle prese con malta e mattoni. Scatola gialla e rossa; niente rosa, poco blu, alberello green. Ho già detto tutto.

Ma ecco che ogni mattina, per andare alla materna, Giglia mi abbaglia con outfits tipo Diana Ross, star dello “Studio 54”, tutta glitter, lustrini, fantasie, luci e colori che all’apparenza sono un pugno nello stomaco. Poi la guardo meglio, con gli occhi da mamma, e non posso che apprezzarne il magico dualismo di imprevedibilità e concretezza, fantasia e pragmatismo.

110 cum Laude. Ti nomino Dottoressa in Architetturaefemminilità.

Monza, 14.11.2017

Federica Pacini


Frozen

 E che volevi l’estate tutto l’anno?

Veramente io si. Per mio conto l’inverno ha davvero poco di incantevole, soprattutto nei giorni in cui ci si dà appuntamento in cantiere.

Il freddo che si patisce durante i sopralluoghi ha del soprannaturale perchè si fatica a comprenderne le cause e gli effetti. Se la temperatura esterna si aggira sui 18°C, la temperatura percepita in cantiere da me, Architetto XX, quindi femmina, italiana e passata la quarantina, si aggira intorno allo Zero.

Quando si avvicina l’inverno vero, con le sue temperature rigide, soffro terribilmente. Di fatto ogni appuntamento di cantiere si trasforma in una gita di tre ore in Jacuzia.

Oggi ad esempio mi sono congelata nel cantiere di Via Trota. Quel freddo umidiccio mi è rimasto addosso tutto il pomeriggio. Entra nelle ossa, come dicono le nonne, e non lo scacci più.

Non importa che si stia lavorando ad una villetta in costruzione in mezzo alla campagna veneta o in un appartamento da imbiancare nel centro di una città di mare: non appena viene dichiarata la fine dell’estate i cantieri, ovunque essi si trovino, per me vincono la medaglia come posto più freddo del mondo. La verità è che i muri trasudano freddo e umidità. Come per magia, contro ogni legge della Natura, la conduzione termica si inverte: la trasmissione del freddo passa dal corpo a temperatura minore (muro) al corpo umano.

Tempo fa con Collega XY,  abbiamo davvero rischiato l’ibernazione durante un rilievo.

Il termometro appeso alla parete del caminetto in disuso diceva, anzi urlava “Meno Cinqueeee!!!”. No dico, temperatura reale interna del locale pari a -5°C! Pur di concludere egregiamente il lavoro mi ripetevo che Giglia sarebbe stata tanto orgogliosa di me: ” Tesoro, Mammina tua è come Elsa, regina di Arendelle…..”  mi illudevo canticchiando

“Io lo sooooooo, sì lo soooooo,
come il sole tramonteròòòòòò,
perché poi, perché poi
all’alba sorgeròòòòòòòòòò! ……..Da oggi il destino appartiene a me.”

Memori di un altro cantiere in alta montagna, per l’occasione ci eravamo anche attrezzati e ben equipaggiati per lavorare col freddo artico. Sebbene avessi le labbra viola e le mani mummificate ho resistito più delle batterie del laser e della macchina fotografica che sono invece andate in tilt come la mia amata penna blu che si rifituava di sputare inchiostro dal freddo che faceva.

La conclusione è che  la giacca a vento in piumino d’oca è stata progettata per fare i sopralluoghi in cantiere; seppur pratico e al tempo stesso sexy ed elegante, l’abito azzurro in cristalli da regina delle nevi poco si addice ai lavori sporchi.

Una amica, che qui chiamerò Franco, mi prenderà in giro per il resto della vita, ma io, in quell’occasione, quel santissimo piumino l’ho adorato, eccome se l’ho adorato!!!!

Dichiaro quindi da oggi (purtroppo) ufficialmente aperta la stagione del piumino da cantiere.

Monza, 07.11.2017

Federica Pacini

Violazione di domicilio.

Avevo parecchi altri articoli in archivio ma questa settimana non riesco a pensare ad altro se non al tentativo di furto e alla violazione di domicilio perpetrati nei miei confronti.

Quando però mi sono accorta che per i ladri comuni il concetto di “oggetto di valore” non collima con il mio ho tirato un sospiro di sollievo. Certo, la rabbia e le maledizioni non sono mancate ma in quella abitazione non c’era nulla che potesse fare gola al ladruncolo comune : nulla di luccicante, nulla di scintillante.

La cosa oggettivamente più preziosa di quell’appartamento è il pavimento.

Si tratta di un seminato alla genovese originale, posato all’epoca della costruzione della casa, alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Con alle spalle un progetto di edilizia popolare Ex-INA Casa, tutto il lotto è stato edificato per fare fronte all’emergenza abitativa dell’epoca. Le palazzine sono disposte a pettine rispetto al fronte stradale, con un ingresso condominiale arretrato e protetto. Alcune godono di una vista sorprendente, altre sono meno fortunate ma ogni edificio possiede appartamenti ampi, con possibilità di avere un piccolo giardinetto privato al piano terra e un lastrico solare comune.

Il valore intrinseco di quell’appartamento è di essere stato progettato insieme all’edificio da Qualcuno e che l’intero quartiere è stato pianificato da quel Qualcuno : “Allora qui mettiamo i nuovi insediamenti abitativi, qua l’asilo, qua la scuola, qua il campo sportivo, qua c’è già un ospedale. I negozi di quartiere esistono già e sono proprio lì, vicino alla Parrocchia. La stazione ferroviaria è facile da raggiungere ma la strada con le automobili dovrà lambire ogni palazzina e ogni abitante dovrà avere spazio sufficiente per fare crescere la propria famiglia. “

Ammetto che ora gli appartamenti tecnologicamente sono un po’ datati ma la scelta oculata dei materiali ha fatto la differenza.

Si provi a chiedere quanto costa oggigiorno la fornitura e la posa al metro quadro del seminato alla genovese con inserti di tozzetti di marmo di Carrara . Mi pare 260,00€ + iva. Alla faccia dell’edilizia popolare!!!

Erano altri tempi, ma quel pavimento, che quel famoso Qualcuno aveva indicato nel capitolato è ancora lì, non perfetto ma bellissimo, che supera ogni moda e va oltre ogni capriccio.

Che dire del lavello alla genovese, in dotazione ad ogni appartamento? Lastre di marmo tagliate e lavorate a mano, un blocco scavato dal pieno. Sempre perchè quel Qualcuno aveva pensato di unire la tradizione a quella che doveva essere una abitazione moderna. Sempre di edilizia popolare.

Soffitti alti, locali ampi e ben illuminati e ventilati. Qualcuno aveva progettato le palazzine popolari accertandosi dell’orientamento ideale, studiandone l’ombreggiamento a seconda delle stagioni. Ho addirittura l’impressione che abbiano saputo incanalare lo Scirocco e la Tramontana.

La vista mare è un di più che insieme al pavimento sono la cosa più preziosa di quell’appartamento. Grazie Signor Qualcuno, ma soprattutto grazie nonni, grazie papà.

E voi, ladri ignoranti, andate pure alla ricerca di banali chincaglierie che io mi sdraio sul mio bel pavimento.

Monza, 30.10.2017

Federica Pacini

 

 

 

 

 

Un arcobaleno di colori

Diffusa convinzione è che l’architetto femmina sia più preparata dei colleghi maschi sul tema dei colori.

Ciò non trova nessun tipo di conferma nella letteratura scientifica, non esistono test psicoattitudinali che indichino questa particolare inclinazione femminile per l’argomento “colore”  o corsi  particolari che le studentesse di architettura seguano per specializzarsi in “colori”. Anche dopo la laurea, maschi e femmine seguono più o meno lo stesso difficile percorso per affermarsi come professionisti ma la scelta dei colori spetta sempre all’architetto femmina, designer, arredatrice donna. Vai a capire…

A me, ovviamente, scappa sempre da ridere alla domanda: “Ma tu, ArchitettoXX, quale colore sceglieresti?”

Rido perchè la mia risposta è sempre unica e univoca : “Bianco.”

Alla domanda successiva :”Ma anche per la cameretta delle bambine? No, perchè noi avevamo pensato ad un “colore tamarindo” o  strisce di un colore “pesca albicoccata”.

Risposta: “Io direi Bianco.”

” Bianco??? ”

“Si beh, non proprio Bianco segnale, visto che è la camera delle bambine, azzardiamo un Bianco latte.”

Non è per pigrizia. A me il colore Bianco piace proprio, ma più mi ostino a proporlo, più vengo sommersa dalle nuove palette di colori alla moda. C’è stata l’invasione delle nuances anglosassoni: il beigino, il tortora, il talpa.

Poco tempo fa andavano i grigi finnici, intercalati dal verde tundra. Ora mi martellano coi colori pastello anni ’40-’50. Non parliamo poi dei primi anni duemila quando le pareti dei soggiorni si macchiavano con un orrido arancione, ripreso probabilmente dai gloriosi anni ’70.

La mia preparazione sui colori si può dire di livello standard: all’epoca avevo studiato che da un punto di vista fisico i colori dipendono dalla luce e dalla lunghezza d’onda.

Da un punto di vista storico-artistico so benissimo che nell’antichità per ottenere determinati  pigmenti si ricorreva allo sminuzzamento di insetti e minerali, so bene e capisco che colori diversi psicologicamente generano emozioni diverse, so che in zoologia, parlando di livree colorate, si possono avere tanti pretendenti quanti predatori.

In Architettura anche gli antichi romani facevano uso del colore sugli edifici, sia all’interno che all’esterno, so benissimo che quel genio di Le Corbusier faceva un uso intelligentissimo del colore e che la sedia di Rietveld non sarebbe stata la stessa dipingendola di un anonimo greige. So anche che in urbanistica rispettare il Piano del colore apporta qualità alle città.

Non parliamo poi del significato che l’uomo ancestralmente ha attribuito ai diversi colori: il verde indica qualcosa di velenoso, il rosso qualcosa di importante, il giallo di pericoloso, e bla bla bla….. il rosa alle femminucce e l’azzurro per i maschietti.

Comunque sia, alla domanda : “Giglia, come facciamo la cameretta nuova?” .

La risposta di mia figlia è stata ” Gialla, arancione e blu.”

Per una che mal sopporta tutto cio’ che va contro i propri principi, è stato un colpo basso, letteralmente. Personalmente l’avrei fatta bianca, tutta bianca.

Ora si prega di reggermi il gioco, perchè apportando motivazione tecniche, spero di farle cambiare idea:

“Come tutti i bambini sanno, Giglia,  il colore giallo delle tinteggiature viene fatto con i tuorli d’uovo e alla fine la cameretta  prenderebbe l’odore della frittata della scuola…lo so che ti piace la frittata della scuola ma tutti i giorni quell’odore…; il blu, purtroppo, attira i fantasmi e le zanzare….loro vedono la parete blu e pensano che sia notte ed escono….non hai paura?… e l’ arancione purtroppo pietrifica i gatti…presente quando attraversano la strada, che vedono il semaforo arancione e non riescono più a muoversi… vuoi pietrificare gatto Filo???….. Meglio bianca, cosa dici ?”.

Che serpe!

Monza, 12.10.2017

Federica Pacini

 

 

 

SciuradeMilan

Un Amico-Avvocato-Pluricommittente-Estimatore mi ha suggerito di testimoniare cosa si prova ad essere dall’altra parte della barricata.
Per una volta sono io a vestire i panni della Cliente-SciuradeMilan-IopagoergoIoesigo e mi trovo in una condizione di marasma totale, con seri disturbi di personalità multipla.

A maggio del 2016 avevo deciso che era arrivato il momento di cambiare casa e mi sono affidata a due architetti (descritti come bravissimi da una amica)  per ristrutturare e seguire il cantiere. Siamo ora a settembre 2017 e la casa non è ancora pronta. Colpa degli architetti? Colpa dell’impresa? Forse.

All’inizio eravamo partiti bene, si era in sintonia su tutto, su come avrei voluto che venisse la casa, poi mi hanno stufato coi loro suggerimenti e paranoie : la casa è mia e ci devo vivere io. Io pago e la voglio come dico io.

A discolpa dei professionisti c’è solo da dire che li ho scelti io perchè il mio appartamento presentava peculiarità tali per cui era necessario predisporre un progetto curato nei minimi dettagli dal principio. Ma fra la carta e la realtà, nonostante i render davvero realistici, c’è sempre di mezzo il mare. Quanto ci si impiega a fare quei render, mi chiedo? Mezza giornata, fa tutto il computer, no? E poi ore perse in discussioni, ci vediamo, ci ragioniamo, ci ripensiamo. Tempo buttato. L’unica cosa che volevo nella casa nuova era un inserto in Sassi del Piave e non me lo hanno messo, neanche nei render.

Vero è che ho cambiato idea molte volte, cioè è trascorso un anno dal primo incontro e le mode cambiano, e loro hanno cambiato i disegni parecchie volte assecondandomi. Ma con tutti quei disegni, fatti, corretti, modificati, alla fine hanno sbagliato ad ordinare il telaio di una porta.

Non faccio qui l’elenco delle cose mal interpretate, ma perchè tutti questi ritardi con la consegna del cantiere? Cioe’ l’impresa non può lavorare anche di notte? Di domenica nemmeno? Ah e poi l’impresa non mi può smontare anche il caminetto della casa  di Cortina e segare la pianta di fichi della casa di Panarea, che tanto hanno il camion da quelle parti?

(Secondo me gli architetti sono pure comunisti)

 

Monza, 30.09.2017

Chicca  Pavoni Lanzetti

L’ EDIL prefisso

Una mia collega mi avvertì di non fidarmi mai delle imprese nella cui denominazione compare il prefisso “Edil” motivandomi questa sua convinzione con tanto di racconti sconcertanti.

Si trattava di una provocazione, di certo, ma dopo quella conversazione ho cercato di porre molta attenzione ai nomi delle imprese che circolano in zona.

Ho iniziato a badare alle denominazioni delle piccole imprese di artigiani immagazzinando dati come un computer o annotandoli su un taccuino. Effettivamente la radice “Edil” appare nella stragrande maggioranza dei casi.

Non c’è posto migliore per questo genere di osservazione della famigerata Autostrada A4, tratta Milano-Bergamo, ma anche la Tangenziale Est mi ha regalato soddisfazioni. Un po’ come per il birdwatching, bisogna essere mattinieri per vedere gli esemplari migliori.

Dalle 6.00 alle 9.30 si concentrano migliaia di van, automezzi con cassone o bilici di artigiani che si fermano in coda vicino a te, ed è lì che noti l’adesivo, applicato con orgoglio sulla fiancata, con tanto di nome, recapiti telefonici o mail della ditta.

Ciascuno si è ingegnato nella scelta delle denominazioni identificative per la propria attività:

“Edil” seguito dal cognome del titolare, tipo Edil Marrazzo”; oppure “Edil” seguito da un nome proprio, tipo “EdilRuggero”; oppure seguito da un nome di donna, come nel caso di EdilWanda”.

La fantasia non ha limiti: Edil Uno, “Edil Due”, “Edil Tre”, …..Edil Infinito”.

Oppure lettere dell’alfabeto greco  “Edil Gamma”, “Edil Beta”, senza risparmiare l’alfabeto latino “Edil Elle”, “Edil Zeta”.

Ho visto anche EdilSpazio”, Edil Camini”, Edil Fumisteria”, Edil Parquet”,Edil+Rivestimenti”.

Si nominano anche città e provenienza EdilBergamo”, Edil-MIlanese”Edil Brianzola”, Edil Mantova”.

Alcuni hanno optato per una denominazione esotica : “Edilhaus”, “Edil Maison”, Edil Home”.

I più esotici però sono gessisti, di solito artigiani egiziani, la cui impresa si può chiamare “Edil Saleh”, Edil Jalla”, Edil Jafar”.

Le squadre di imbianchini, che in genere hanno un mezzo tutto bianco, direi che fanno la migliore pubblicità a se stessi: senza nome e senza gloria offrono imbiancature, verniciature, stuccature e trompe-l’oeil.

Ah, una volta ho visto anche un furgoncino con la denominazione: “Edil-Hussein”………beh, in effetti, vatti a fidare del prefisso Edil”!!!!!!!!

Monza, 15.09.2017

Federica Pacini

 

…mi ha sfiorato l’asteroide!!!!

A invocare asteroidi, prima o poi accade davvero. Temo che ormai il terrore più grande delle madri moderne sia di venire colpite da un meteorite o similare, sbattendoci in faccia tutti i sensi di colpa per avere nutrito sino ad ora i figli di sole schifezze.

Ebbene giorni fa, in una tranquilla, assolata mattinata settembrina, sembrava proprio che mi fosse piombato addosso un asteroide e avrei potuto diventare la mamma più famosa del mondo.

La realtà, ovviamente, è molto meno scontata della pubblicità dei creativi. Abbiamo vissuto un’avventura di cantiere che merita un racconto. (E che ti serva di lezione, Giglia, non chiedermi merendine strane! )

Per potere mettere un aspiratore in un bagno cieco era necessario scoprire se una sospetta canna fumaria  fosse libera. Così collega XY, pur di non bucare la facciata, si ingegna e chiede ad un amico, Capitano di Lungo Corso, un fumogeno in prestito. Essendo Capitano di Lungo Corso, ci ha fornito di un fumogeno di tipo nautico.

I fumogeni di segnalazione delle barche non sono ovviamente come i fumogeni degli stadi, perché servono per segnalare appunto problemi ad una imbarcazione e devono essere visibili in mare.

La strategia, per farla breve, era questa: Collega XY, Energumeno 1, Energumeno 2, Energumeno 3 avrebbero acceso il fumogeno all’interno della ipotetica canna fumaria. Architetto XX, cioè io, per fortuna oltre la linea della ferrovia per verificare se uscisse il fumo dal comignolo una volta acceso il fumogeno. Ciò avrebbe significato canna libera, e di conseguenza un bell’ok per l’aspiratore.

I quattro, secondo me galvanizzati dall’impresa da Goonies attempati, accendono il fumogeno, senza pensare alle conseguenze e mi chiamano col cellulare per accertarsi che io vedessi il fumo.

“Ma come non vedi niente….cough!cough!. qua è tutto arancione,… il fumo arancione… è tutto pieno di fumo….cough!cough!….”

No, dalla mia postazione non vedevo un bel niente.

Così fino a quando non vedo uno sbuffo arancione salire dal comignolo, ma dal cellulare ancora in linea, sento un “qua va a fuoco tutto, ….cough!cough!….come diavolo si spegne….cough!cough!…., è tutto arancione….cough!cough!…si soffoca, oddio non si spegne, neanche sott’acqua, nel secchio.”

Sappiatelo: i fumogeni di segnalazione nautici non si spengono neanche sott’acqua. Così il cantiere sbuffava fumo arancione da ogni pertugio e un forte odore di griglia ha investito tutta la via.

Niente, fossi stata dentro l’appartamento  a qualcuno sarebbe sicuramente venuto il sospetto dell’asteroide marziana, ma fortunatamente a Giglia rifilo solo colazioni sane, energetiche e confezionate rigorosamente a mano.

Monza, 07.09.2017

Federica Pacini

Il Magazzino Bricotuttoio

Secondo me ci sono posti che sono appendici dei cantieri. E che forse mi fanno rabbrividire ancora di più. Sto parlando dei magazzini edili.

Sono luoghi orribili, dove l’essere umano maschio mostra il peggio di sé e l’essere umano donna è meglio che non vi càpiti.

Non sto parlando del classico Mago Merlino o Bricotuttoio, che sono un po’ all’acqua di rose; qua sto parlando di magazzini edili che aprono alle 7.00 di mattina. Roba forte.

Esistono magazzini differenziati per tipologia merceologica : c’è il magazzino di forniture elettriche, il magazzino dedicato all’idraulica e termosanitari, il magazzino edile vero e proprio dove puoi trovare di tutto, dal mattone alla piastrella passando per la giacca impermeabile coordinata con il cinturone porta martello.

Gli impianti dei magazzini edili di ogni categoria hanno caratteristiche piuttosto semplici ma funzionali. All’ingresso si trova sempre un lunghissimo bancone accettazione-vendita- consiglio e alle spalle un labirinto di scaffali.

Analizzerò per primo il magazzino di termoidraulica e sanitari. Quando una femmina sconfina in quelle lande si crea subito scompiglio, si sente un impercettibile frusciare di carta, come se improvvisamente si chiuderesso tutti i cataloghi e si coglie una strana espressione sui volti degli impiegati, che esprime un misto di ammissione di colpa e un “…..è sempre stato così però, dai non ti scandalizzare”.

Il motivo è lì, sopra le teste di tutti: in ogni singolo magazzino di termoidraulica ci sono appese gigantografie che ritraggono la velina di turno o la Belen qualunque in tanga e reggiseno (ripeto: tanga e reggiseno) che accarezza o bacia una caldaia (ripeto: caldaia) o una pompa (quindi niente domande) o un vaso di espansione (ripeto: vaso di espansione (?)), per una azienda che io qua chiamerò Califfi. 

A sfogliare il catalogo viene solo voglia di ridere o fuggire lontano, lontaaaaaano, lontaaaaaaaaaaaaaaaano. Come diceva Claudio Baglioni.

Vi presento il vaso di espansione.

 

La mia prima esperienza in un magazzino di elettroforniture invece risale ad una mattina di Agosto del lontano 2006, in cerca di un interruttore magnetotermico. Varcata la soglia della bussola in vetro venni subito sopraffatta da un odore nauseabondo di sudore, capello unto e sigaretta. Erano le 8 in punto e da lì a poco avrei ascoltato la conversazione più assurda e obsoleta della mia vita. “Ueh, Carmine, come va?” “Eh, bene dai. Oggi è venerdì, finiamo il lavoro dei trenta appartamenti, domani per fortuna è sabato e mi faccio il bagno…sai con questo caldo! Poi carico la macchina e partiamo per le ferie che vado al Paese”.

Interdetta dalla conversazione capii subito che esisteva ancora qualcuno che si lavava solo di sabato mattina e l’untuosità puzzolente del bancone accettazione-vendita- consiglio mi confermò il sospetto. Da quel giorno mi porto sempre in borsa una confezione di detergente per le mani a base alcolica e sto attenta a non toccare nulla, come se fossi ai bagni dell’autostazione.

Del rivenditore di piastrelle, come del magazzino di vernici parlerò in un’altra occasione perchè qua si aprono mondi nuovi e sempre diversi.

Al contrario i più commerciali Mago Merlino o Bricotuttoio quest’oggi non sfuggiranno a questa mia personale recensione. Rappresentano il corrispettivo al maschile di Sara o K&M. In genere, proprio come negli originali, si va in coppia a fare acquisti  il sabato pomeriggio, ma in questo caso è il marito ad essere in preda all’ossessione compulsiva di comprare ogni rondella, O ring o tubo del 12. E la moglie, mestamente, segue a due metri di distanza con le pive nel sacco.

Monza, 03.09.2017

Federica Pacini

O la borsa o la vita

la borsa di cantiere

Come una brava scolaretta mi impegno ogni domenica a preparare la borsa per il lunedì mattina.

Ordino sul tavolo gli oggetti da portare  e ne ripasso mentalmente l’elenco per non scordare nulla: portafoglio, chiavi di casa, chiavi dell’auto, fazzoletti, taccuino, burro cacao, cellulare, un pacchetto di noccioline contro il calo di zuccheri. Se lavorassi alle Poste mi fermerei qui.

In genere, a quanto sopra, devo aggiungere le antiscivolo o gli occhialini della Creatura per le sue innumerevoli attività extrascolastiche con almeno una merendina. E ovviamente se fossi una mamma che lavora in banca mi fermerei qua.

Facendo l’architetto che bazzica i cantieri, nella mia borsa devo farci stare anche il laser, la bindella, un metro di legno, una macchina fotografica, la cartellina coi fogli, due penne di colore diverso, una matita, il detergente per le mani e vuoi non metterci anche un listone di un campione di parquet o un paniforte laccato? Prendo anche un pezzo di kerlite o similare, già che ci sono. Ah, dimenticavo il catalogo che ha chiesto il cliente l’ultima volta! Infilo anche una bottiglietta d’acqua, meglio bere, mi dico.

Il lunedì mattina, carica come un mulo, esco di casa ed è questo l’unico vero momento in cui voglio arrivare in cantiere quanto prima, nella speranza di posare il fardello che pesa sulle mia schiena e che mi ha già regalato lordosi, cifosi, scoliosi e altri -osi che neanche ricordo.

In cuor mio so già che la delusione è lì ad attendermi, ogni volta. Dove diavolo appoggio la borsa in un cantiere? C’è sempre una distesa di macerie, i trabattelli sono spruzzati di malta e vernice o se gira bene mi ritrovo in un lago di resina. Io non seguo cantieri grandi, quindi non esiste la baracca di cantiere. Lavorassi in banca mi basterebbe appenderla allo schienale di qualsiasi poltroncina!

Allora mi sono organizzata.

Durante la cattiva stagione uso uno zainetto in pelle e mi tengo il carico sulle spalle sino a fine giornata, col rischio che le mamme della materna, nel tardo pomeriggio, mi scambino per una emaciata guida alpina.

Dalla primavera in poi utilizzo un borsone in cuoio, molto carino ma sempre tutto sporco e ricoperto di polvere di non so cosa, dovendolo appoggiare in terra per forza di cose. Immagino che le mamme della materna, avendo sempre una parola buona per tutti, mi abbiano spesso scambiata per un clochard, e in effetti, in certi giorni di pioggia, mi mancava solo il carrello.

Secondo me la borsa da cantiere perfetta dovrebbe avere il fondo in paglia che va tanto di moda e poi, guardando il lato pratico, il terriccio depositatosi durante i sopralluoghi può essere rimosso con una semplice manata. Dovrebbe avere tasche interne a chiusura ermetica per gli effetti personali. Aggiungerei un micro verricello, così se trovi un appiglio puoi lanciarla in aria senza perderla, e una sezione removibile per riporre gli attrezzi del mestiere, così se capita la riunione con amici non sembri sempre in servizio.

Arrivata al punto di non ritorno, potrei indire un concorso di idee per realizzare la borsa da cantiere perfetta, o realizzarne una io, su disegno mio, sperando che le mamme della materna non mi scambino per l’ispettore Gadget.

Mamma, per favore per favore per favore, stamattina porti anche il monopattino che lo usiamo ai giardinetti oggi pomeriggio, quando mi vieni a prendere?

Monza, 27.08.2017

Federica Pacini