Keep Calm, Keep Calm, Keep Calm. Ovvero mantieni la calma. Questo è il mantra che vado ripetendo ogni volta che varco la soglia di un cantiere. Inclusa l’altra mattina. Felice come una Pasqua perchè il cantiere di Via Trota è in fase di consegna, alzo gli occhi verso il soffitto... Continua »

Dalle Stalle alle Stelle

Promossa con pieni voti a perfetta Mini Collega XX .

Giglia mi ha stupito con la realizzazione di questo piccolo manufatto che sarebbe svilente chiamare “lavoretto”. La mia bambina ha costruito una stalla in miniatura… per passare il tempo! Devo ammettere che il kit di costruzione prevedeva l’aiuto di un adulto, meglio se conoscitore della lingua tedesca, e la predisposizione mentale dell’adulto ad inzaccherare ogni angolo del soggiorno.

Tuttavia Giglia si è talmente appassionata alla costruzione che ho superato ogni idiosincrasia verso il sacchettino di conglomerato polveroso che serviva per il legante.

I mattoncini forati del kit ci hanno dato lo spunto per discutere di posa del mattone, di testa o di costa, delle dimensioni vere dei forati, del perché alcuni mattoni sono pieni e altri hanno i fori, di esempi di costruzioni in mattoni che abbiamo visto insieme.

Mentre impastavamo il legante, con in mano la mini cazzuola, Giglia inventava il suo progetto di mini stalla ed ha creato un rifugio bellissimo e molto minimal per il cavallino. Ci ha ragionato, per far bastare i pezzi della confezione, per ottenere un’altezza adeguata per il cavallino, per fare inclinare la copertura. Io ero solo il manovale addetto al cemento (!), lei progettava e allo stesso tempo costruiva alternando file di mattoncini e cemento. Davvero un bel pomeriggio e un bel gioco.

La riflessione riguarda il packaging di quel gioco di costruzioni: l’azienda produttrice tedesca ha illustrato sulla scatola il prodotto finito e le fasi di montaggio ad opera di una Bambina (femminuccia!!), bionda con codini, alle prese con malta e mattoni. Scatola gialla e rossa; niente rosa, poco blu, alberello green. Ho già detto tutto.

Ma ecco che ogni mattina, per andare alla materna, Giglia mi abbaglia con outfits tipo Diana Ross, star dello “Studio 54”, tutta glitter, lustrini, fantasie, luci e colori che all’apparenza sono un pugno nello stomaco. Poi la guardo meglio, con gli occhi da mamma, e non posso che apprezzarne il magico dualismo di imprevedibilità e concretezza, fantasia e pragmatismo.

110 cum Laude. Ti nomino Dottoressa in Architetturaefemminilità.

Monza, 14.11.2017

Federica Pacini


Frozen

 E che volevi l’estate tutto l’anno?

Veramente io si. Per mio conto l’inverno ha davvero poco di incantevole, soprattutto nei giorni in cui ci si dà appuntamento in cantiere.

Il freddo che si patisce durante i sopralluoghi ha del soprannaturale perchè si fatica a comprenderne le cause e gli effetti. Se la temperatura esterna si aggira sui 18°C, la temperatura percepita in cantiere da me, Architetto XX, quindi femmina, italiana e passata la quarantina, si aggira intorno allo Zero.

Quando si avvicina l’inverno vero, con le sue temperature rigide, soffro terribilmente. Di fatto ogni appuntamento di cantiere si trasforma in una gita di tre ore in Jacuzia.

Oggi ad esempio mi sono congelata nel cantiere di Via Trota. Quel freddo umidiccio mi è rimasto addosso tutto il pomeriggio. Entra nelle ossa, come dicono le nonne, e non lo scacci più.

Non importa che si stia lavorando ad una villetta in costruzione in mezzo alla campagna veneta o in un appartamento da imbiancare nel centro di una città di mare: non appena viene dichiarata la fine dell’estate i cantieri, ovunque essi si trovino, per me vincono la medaglia come posto più freddo del mondo. La verità è che i muri trasudano freddo e umidità. Come per magia, contro ogni legge della Natura, la conduzione termica si inverte: la trasmissione del freddo passa dal corpo a temperatura minore (muro) al corpo umano.

Tempo fa con Collega XY,  abbiamo davvero rischiato l’ibernazione durante un rilievo.

Il termometro appeso alla parete del caminetto in disuso diceva, anzi urlava “Meno Cinqueeee!!!”. No dico, temperatura reale interna del locale pari a -5°C! Pur di concludere egregiamente il lavoro mi ripetevo che Giglia sarebbe stata tanto orgogliosa di me: ” Tesoro, Mammina tua è come Elsa, regina di Arendelle…..”  mi illudevo canticchiando

“Io lo sooooooo, sì lo soooooo,
come il sole tramonteròòòòòò,
perché poi, perché poi
all’alba sorgeròòòòòòòòòò! ……..Da oggi il destino appartiene a me.”

Memori di un altro cantiere in alta montagna, per l’occasione ci eravamo anche attrezzati e ben equipaggiati per lavorare col freddo artico. Sebbene avessi le labbra viola e le mani mummificate ho resistito più delle batterie del laser e della macchina fotografica che sono invece andate in tilt come la mia amata penna blu che si rifituava di sputare inchiostro dal freddo che faceva.

La conclusione è che  la giacca a vento in piumino d’oca è stata progettata per fare i sopralluoghi in cantiere; seppur pratico e al tempo stesso sexy ed elegante, l’abito azzurro in cristalli da regina delle nevi poco si addice ai lavori sporchi.

Una amica, che qui chiamerò Franco, mi prenderà in giro per il resto della vita, ma io, in quell’occasione, quel santissimo piumino l’ho adorato, eccome se l’ho adorato!!!!

Dichiaro quindi da oggi (purtroppo) ufficialmente aperta la stagione del piumino da cantiere.

Monza, 07.11.2017

Federica Pacini

Violazione di domicilio.

Avevo parecchi altri articoli in archivio ma questa settimana non riesco a pensare ad altro se non al tentativo di furto e alla violazione di domicilio perpetrati nei miei confronti.

Quando però mi sono accorta che per i ladri comuni il concetto di “oggetto di valore” non collima con il mio ho tirato un sospiro di sollievo. Certo, la rabbia e le maledizioni non sono mancate ma in quella abitazione non c’era nulla che potesse fare gola al ladruncolo comune : nulla di luccicante, nulla di scintillante.

La cosa oggettivamente più preziosa di quell’appartamento è il pavimento.

Si tratta di un seminato alla genovese originale, posato all’epoca della costruzione della casa, alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Con alle spalle un progetto di edilizia popolare Ex-INA Casa, tutto il lotto è stato edificato per fare fronte all’emergenza abitativa dell’epoca. Le palazzine sono disposte a pettine rispetto al fronte stradale, con un ingresso condominiale arretrato e protetto. Alcune godono di una vista sorprendente, altre sono meno fortunate ma ogni edificio possiede appartamenti ampi, con possibilità di avere un piccolo giardinetto privato al piano terra e un lastrico solare comune.

Il valore intrinseco di quell’appartamento è di essere stato progettato insieme all’edificio da Qualcuno e che l’intero quartiere è stato pianificato da quel Qualcuno : “Allora qui mettiamo i nuovi insediamenti abitativi, qua l’asilo, qua la scuola, qua il campo sportivo, qua c’è già un ospedale. I negozi di quartiere esistono già e sono proprio lì, vicino alla Parrocchia. La stazione ferroviaria è facile da raggiungere ma la strada con le automobili dovrà lambire ogni palazzina e ogni abitante dovrà avere spazio sufficiente per fare crescere la propria famiglia. “

Ammetto che ora gli appartamenti tecnologicamente sono un po’ datati ma la scelta oculata dei materiali ha fatto la differenza.

Si provi a chiedere quanto costa oggigiorno la fornitura e la posa al metro quadro del seminato alla genovese con inserti di tozzetti di marmo di Carrara . Mi pare 260,00€ + iva. Alla faccia dell’edilizia popolare!!!

Erano altri tempi, ma quel pavimento, che quel famoso Qualcuno aveva indicato nel capitolato è ancora lì, non perfetto ma bellissimo, che supera ogni moda e va oltre ogni capriccio.

Che dire del lavello alla genovese, in dotazione ad ogni appartamento? Lastre di marmo tagliate e lavorate a mano, un blocco scavato dal pieno. Sempre perchè quel Qualcuno aveva pensato di unire la tradizione a quella che doveva essere una abitazione moderna. Sempre di edilizia popolare.

Soffitti alti, locali ampi e ben illuminati e ventilati. Qualcuno aveva progettato le palazzine popolari accertandosi dell’orientamento ideale, studiandone l’ombreggiamento a seconda delle stagioni. Ho addirittura l’impressione che abbiano saputo incanalare lo Scirocco e la Tramontana.

La vista mare è un di più che insieme al pavimento sono la cosa più preziosa di quell’appartamento. Grazie Signor Qualcuno, ma soprattutto grazie nonni, grazie papà.

E voi, ladri ignoranti, andate pure alla ricerca di banali chincaglierie che io mi sdraio sul mio bel pavimento.

Monza, 30.10.2017

Federica Pacini

 

 

 

 

 

Un arcobaleno di colori

Diffusa convinzione è che l’architetto femmina sia più preparata dei colleghi maschi sul tema dei colori.

Ciò non trova nessun tipo di conferma nella letteratura scientifica, non esistono test psicoattitudinali che indichino questa particolare inclinazione femminile per l’argomento “colore”  o corsi  particolari che le studentesse di architettura seguano per specializzarsi in “colori”. Anche dopo la laurea, maschi e femmine seguono più o meno lo stesso difficile percorso per affermarsi come professionisti ma la scelta dei colori spetta sempre all’architetto femmina, designer, arredatrice donna. Vai a capire…

A me, ovviamente, scappa sempre da ridere alla domanda: “Ma tu, ArchitettoXX, quale colore sceglieresti?”

Rido perchè la mia risposta è sempre unica e univoca : “Bianco.”

Alla domanda successiva :”Ma anche per la cameretta delle bambine? No, perchè noi avevamo pensato ad un “colore tamarindo” o  strisce di un colore “pesca albicoccata”.

Risposta: “Io direi Bianco.”

” Bianco??? ”

“Si beh, non proprio Bianco segnale, visto che è la camera delle bambine, azzardiamo un Bianco latte.”

Non è per pigrizia. A me il colore Bianco piace proprio, ma più mi ostino a proporlo, più vengo sommersa dalle nuove palette di colori alla moda. C’è stata l’invasione delle nuances anglosassoni: il beigino, il tortora, il talpa.

Poco tempo fa andavano i grigi finnici, intercalati dal verde tundra. Ora mi martellano coi colori pastello anni ’40-’50. Non parliamo poi dei primi anni duemila quando le pareti dei soggiorni si macchiavano con un orrido arancione, ripreso probabilmente dai gloriosi anni ’70.

La mia preparazione sui colori si può dire di livello standard: all’epoca avevo studiato che da un punto di vista fisico i colori dipendono dalla luce e dalla lunghezza d’onda.

Da un punto di vista storico-artistico so benissimo che nell’antichità per ottenere determinati  pigmenti si ricorreva allo sminuzzamento di insetti e minerali, so bene e capisco che colori diversi psicologicamente generano emozioni diverse, so che in zoologia, parlando di livree colorate, si possono avere tanti pretendenti quanti predatori.

In Architettura anche gli antichi romani facevano uso del colore sugli edifici, sia all’interno che all’esterno, so benissimo che quel genio di Le Corbusier faceva un uso intelligentissimo del colore e che la sedia di Rietveld non sarebbe stata la stessa dipingendola di un anonimo greige. So anche che in urbanistica rispettare il Piano del colore apporta qualità alle città.

Non parliamo poi del significato che l’uomo ancestralmente ha attribuito ai diversi colori: il verde indica qualcosa di velenoso, il rosso qualcosa di importante, il giallo di pericoloso, e bla bla bla….. il rosa alle femminucce e l’azzurro per i maschietti.

Comunque sia, alla domanda : “Giglia, come facciamo la cameretta nuova?” .

La risposta di mia figlia è stata ” Gialla, arancione e blu.”

Per una che mal sopporta tutto cio’ che va contro i propri principi, è stato un colpo basso, letteralmente. Personalmente l’avrei fatta bianca, tutta bianca.

Ora si prega di reggermi il gioco, perchè apportando motivazione tecniche, spero di farle cambiare idea:

“Come tutti i bambini sanno, Giglia,  il colore giallo delle tinteggiature viene fatto con i tuorli d’uovo e alla fine la cameretta  prenderebbe l’odore della frittata della scuola…lo so che ti piace la frittata della scuola ma tutti i giorni quell’odore…; il blu, purtroppo, attira i fantasmi e le zanzare….loro vedono la parete blu e pensano che sia notte ed escono….non hai paura?… e l’ arancione purtroppo pietrifica i gatti…presente quando attraversano la strada, che vedono il semaforo arancione e non riescono più a muoversi… vuoi pietrificare gatto Filo???….. Meglio bianca, cosa dici ?”.

Che serpe!

Monza, 12.10.2017

Federica Pacini

 

 

 

SciuradeMilan

Un Amico-Avvocato-Pluricommittente-Estimatore mi ha suggerito di testimoniare cosa si prova ad essere dall’altra parte della barricata.
Per una volta sono io a vestire i panni della Cliente-SciuradeMilan-IopagoergoIoesigo e mi trovo in una condizione di marasma totale, con seri disturbi di personalità multipla.

A maggio del 2016 avevo deciso che era arrivato il momento di cambiare casa e mi sono affidata a due architetti (descritti come bravissimi da una amica)  per ristrutturare e seguire il cantiere. Siamo ora a settembre 2017 e la casa non è ancora pronta. Colpa degli architetti? Colpa dell’impresa? Forse.

All’inizio eravamo partiti bene, si era in sintonia su tutto, su come avrei voluto che venisse la casa, poi mi hanno stufato coi loro suggerimenti e paranoie : la casa è mia e ci devo vivere io. Io pago e la voglio come dico io.

A discolpa dei professionisti c’è solo da dire che li ho scelti io perchè il mio appartamento presentava peculiarità tali per cui era necessario predisporre un progetto curato nei minimi dettagli dal principio. Ma fra la carta e la realtà, nonostante i render davvero realistici, c’è sempre di mezzo il mare. Quanto ci si impiega a fare quei render, mi chiedo? Mezza giornata, fa tutto il computer, no? E poi ore perse in discussioni, ci vediamo, ci ragioniamo, ci ripensiamo. Tempo buttato. L’unica cosa che volevo nella casa nuova era un inserto in Sassi del Piave e non me lo hanno messo, neanche nei render.

Vero è che ho cambiato idea molte volte, cioè è trascorso un anno dal primo incontro e le mode cambiano, e loro hanno cambiato i disegni parecchie volte assecondandomi. Ma con tutti quei disegni, fatti, corretti, modificati, alla fine hanno sbagliato ad ordinare il telaio di una porta.

Non faccio qui l’elenco delle cose mal interpretate, ma perchè tutti questi ritardi con la consegna del cantiere? Cioe’ l’impresa non può lavorare anche di notte? Di domenica nemmeno? Ah e poi l’impresa non mi può smontare anche il caminetto della casa  di Cortina e segare la pianta di fichi della casa di Panarea, che tanto hanno il camion da quelle parti?

(Secondo me gli architetti sono pure comunisti)

 

Monza, 30.09.2017

Chicca  Pavoni Lanzetti

L’ EDIL prefisso

Una mia collega mi avvertì di non fidarmi mai delle imprese nella cui denominazione compare il prefisso “Edil” motivandomi questa sua convinzione con tanto di racconti sconcertanti.

Si trattava di una provocazione, di certo, ma dopo quella conversazione ho cercato di porre molta attenzione ai nomi delle imprese che circolano in zona.

Ho iniziato a badare alle denominazioni delle piccole imprese di artigiani immagazzinando dati come un computer o annotandoli su un taccuino. Effettivamente la radice “Edil” appare nella stragrande maggioranza dei casi.

Non c’è posto migliore per questo genere di osservazione della famigerata Autostrada A4, tratta Milano-Bergamo, ma anche la Tangenziale Est mi ha regalato soddisfazioni. Un po’ come per il birdwatching, bisogna essere mattinieri per vedere gli esemplari migliori.

Dalle 6.00 alle 9.30 si concentrano migliaia di van, automezzi con cassone o bilici di artigiani che si fermano in coda vicino a te, ed è lì che noti l’adesivo, applicato con orgoglio sulla fiancata, con tanto di nome, recapiti telefonici o mail della ditta.

Ciascuno si è ingegnato nella scelta delle denominazioni identificative per la propria attività:

“Edil” seguito dal cognome del titolare, tipo Edil Marrazzo”; oppure “Edil” seguito da un nome proprio, tipo “EdilRuggero”; oppure seguito da un nome di donna, come nel caso di EdilWanda”.

La fantasia non ha limiti: Edil Uno, “Edil Due”, “Edil Tre”, …..Edil Infinito”.

Oppure lettere dell’alfabeto greco  “Edil Gamma”, “Edil Beta”, senza risparmiare l’alfabeto latino “Edil Elle”, “Edil Zeta”.

Ho visto anche EdilSpazio”, Edil Camini”, Edil Fumisteria”, Edil Parquet”,Edil+Rivestimenti”.

Si nominano anche città e provenienza EdilBergamo”, Edil-MIlanese”Edil Brianzola”, Edil Mantova”.

Alcuni hanno optato per una denominazione esotica : “Edilhaus”, “Edil Maison”, Edil Home”.

I più esotici però sono gessisti, di solito artigiani egiziani, la cui impresa si può chiamare “Edil Saleh”, Edil Jalla”, Edil Jafar”.

Le squadre di imbianchini, che in genere hanno un mezzo tutto bianco, direi che fanno la migliore pubblicità a se stessi: senza nome e senza gloria offrono imbiancature, verniciature, stuccature e trompe-l’oeil.

Ah, una volta ho visto anche un furgoncino con la denominazione: “Edil-Hussein”………beh, in effetti, vatti a fidare del prefisso Edil”!!!!!!!!

Monza, 15.09.2017

Federica Pacini

 

…mi ha sfiorato l’asteroide!!!!

A invocare asteroidi, prima o poi accade davvero. Temo che ormai il terrore più grande delle madri moderne sia di venire colpite da un meteorite o similare, sbattendoci in faccia tutti i sensi di colpa per avere nutrito sino ad ora i figli di sole schifezze.

Ebbene giorni fa, in una tranquilla, assolata mattinata settembrina, sembrava proprio che mi fosse piombato addosso un asteroide e avrei potuto diventare la mamma più famosa del mondo.

La realtà, ovviamente, è molto meno scontata della pubblicità dei creativi. Abbiamo vissuto un’avventura di cantiere che merita un racconto. (E che ti serva di lezione, Giglia, non chiedermi merendine strane! )

Per potere mettere un aspiratore in un bagno cieco era necessario scoprire se una sospetta canna fumaria  fosse libera. Così collega XY, pur di non bucare la facciata, si ingegna e chiede ad un amico, Capitano di Lungo Corso, un fumogeno in prestito. Essendo Capitano di Lungo Corso, ci ha fornito di un fumogeno di tipo nautico.

I fumogeni di segnalazione delle barche non sono ovviamente come i fumogeni degli stadi, perché servono per segnalare appunto problemi ad una imbarcazione e devono essere visibili in mare.

La strategia, per farla breve, era questa: Collega XY, Energumeno 1, Energumeno 2, Energumeno 3 avrebbero acceso il fumogeno all’interno della ipotetica canna fumaria. Architetto XX, cioè io, per fortuna oltre la linea della ferrovia per verificare se uscisse il fumo dal comignolo una volta acceso il fumogeno. Ciò avrebbe significato canna libera, e di conseguenza un bell’ok per l’aspiratore.

I quattro, secondo me galvanizzati dall’impresa da Goonies attempati, accendono il fumogeno, senza pensare alle conseguenze e mi chiamano col cellulare per accertarsi che io vedessi il fumo.

“Ma come non vedi niente….cough!cough!. qua è tutto arancione,… il fumo arancione… è tutto pieno di fumo….cough!cough!….”

No, dalla mia postazione non vedevo un bel niente.

Così fino a quando non vedo uno sbuffo arancione salire dal comignolo, ma dal cellulare ancora in linea, sento un “qua va a fuoco tutto, ….cough!cough!….come diavolo si spegne….cough!cough!…., è tutto arancione….cough!cough!…si soffoca, oddio non si spegne, neanche sott’acqua, nel secchio.”

Sappiatelo: i fumogeni di segnalazione nautici non si spengono neanche sott’acqua. Così il cantiere sbuffava fumo arancione da ogni pertugio e un forte odore di griglia ha investito tutta la via.

Niente, fossi stata dentro l’appartamento  a qualcuno sarebbe sicuramente venuto il sospetto dell’asteroide marziana, ma fortunatamente a Giglia rifilo solo colazioni sane, energetiche e confezionate rigorosamente a mano.

Monza, 07.09.2017

Federica Pacini

Il Magazzino Bricotuttoio

Secondo me ci sono posti che sono appendici dei cantieri. E che forse mi fanno rabbrividire ancora di più. Sto parlando dei magazzini edili.

Sono luoghi orribili, dove l’essere umano maschio mostra il peggio di sé e l’essere umano donna è meglio che non vi càpiti.

Non sto parlando del classico Mago Merlino o Bricotuttoio, che sono un po’ all’acqua di rose; qua sto parlando di magazzini edili che aprono alle 7.00 di mattina. Roba forte.

Esistono magazzini differenziati per tipologia merceologica : c’è il magazzino di forniture elettriche, il magazzino dedicato all’idraulica e termosanitari, il magazzino edile vero e proprio dove puoi trovare di tutto, dal mattone alla piastrella passando per la giacca impermeabile coordinata con il cinturone porta martello.

Gli impianti dei magazzini edili di ogni categoria hanno caratteristiche piuttosto semplici ma funzionali. All’ingresso si trova sempre un lunghissimo bancone accettazione-vendita- consiglio e alle spalle un labirinto di scaffali.

Analizzerò per primo il magazzino di termoidraulica e sanitari. Quando una femmina sconfina in quelle lande si crea subito scompiglio, si sente un impercettibile frusciare di carta, come se improvvisamente si chiuderesso tutti i cataloghi e si coglie una strana espressione sui volti degli impiegati, che esprime un misto di ammissione di colpa e un “…..è sempre stato così però, dai non ti scandalizzare”.

Il motivo è lì, sopra le teste di tutti: in ogni singolo magazzino di termoidraulica ci sono appese gigantografie che ritraggono la velina di turno o la Belen qualunque in tanga e reggiseno (ripeto: tanga e reggiseno) che accarezza o bacia una caldaia (ripeto: caldaia) o una pompa (quindi niente domande) o un vaso di espansione (ripeto: vaso di espansione (?)), per una azienda che io qua chiamerò Califfi. 

A sfogliare il catalogo viene solo voglia di ridere o fuggire lontano, lontaaaaaano, lontaaaaaaaaaaaaaaaano. Come diceva Claudio Baglioni.

Vi presento il vaso di espansione.

 

La mia prima esperienza in un magazzino di elettroforniture invece risale ad una mattina di Agosto del lontano 2006, in cerca di un interruttore magnetotermico. Varcata la soglia della bussola in vetro venni subito sopraffatta da un odore nauseabondo di sudore, capello unto e sigaretta. Erano le 8 in punto e da lì a poco avrei ascoltato la conversazione più assurda e obsoleta della mia vita. “Ueh, Carmine, come va?” “Eh, bene dai. Oggi è venerdì, finiamo il lavoro dei trenta appartamenti, domani per fortuna è sabato e mi faccio il bagno…sai con questo caldo! Poi carico la macchina e partiamo per le ferie che vado al Paese”.

Interdetta dalla conversazione capii subito che esisteva ancora qualcuno che si lavava solo di sabato mattina e l’untuosità puzzolente del bancone accettazione-vendita- consiglio mi confermò il sospetto. Da quel giorno mi porto sempre in borsa una confezione di detergente per le mani a base alcolica e sto attenta a non toccare nulla, come se fossi ai bagni dell’autostazione.

Del rivenditore di piastrelle, come del magazzino di vernici parlerò in un’altra occasione perchè qua si aprono mondi nuovi e sempre diversi.

Al contrario i più commerciali Mago Merlino o Bricotuttoio quest’oggi non sfuggiranno a questa mia personale recensione. Rappresentano il corrispettivo al maschile di Sara o K&M. In genere, proprio come negli originali, si va in coppia a fare acquisti  il sabato pomeriggio, ma in questo caso è il marito ad essere in preda all’ossessione compulsiva di comprare ogni rondella, O ring o tubo del 12. E la moglie, mestamente, segue a due metri di distanza con le pive nel sacco.

Monza, 03.09.2017

Federica Pacini

O la borsa o la vita

la borsa di cantiere

Come una brava scolaretta mi impegno ogni domenica a preparare la borsa per il lunedì mattina.

Ordino sul tavolo gli oggetti da portare  e ne ripasso mentalmente l’elenco per non scordare nulla: portafoglio, chiavi di casa, chiavi dell’auto, fazzoletti, taccuino, burro cacao, cellulare, un pacchetto di noccioline contro il calo di zuccheri. Se lavorassi alle Poste mi fermerei qui.

In genere, a quanto sopra, devo aggiungere le antiscivolo o gli occhialini della Creatura per le sue innumerevoli attività extrascolastiche con almeno una merendina. E ovviamente se fossi una mamma che lavora in banca mi fermerei qua.

Facendo l’architetto che bazzica i cantieri, nella mia borsa devo farci stare anche il laser, la bindella, un metro di legno, una macchina fotografica, la cartellina coi fogli, due penne di colore diverso, una matita, il detergente per le mani e vuoi non metterci anche un listone di un campione di parquet o un paniforte laccato? Prendo anche un pezzo di kerlite o similare, già che ci sono. Ah, dimenticavo il catalogo che ha chiesto il cliente l’ultima volta! Infilo anche una bottiglietta d’acqua, meglio bere, mi dico.

Il lunedì mattina, carica come un mulo, esco di casa ed è questo l’unico vero momento in cui voglio arrivare in cantiere quanto prima, nella speranza di posare il fardello che pesa sulle mia schiena e che mi ha già regalato lordosi, cifosi, scoliosi e altri -osi che neanche ricordo.

In cuor mio so già che la delusione è lì ad attendermi, ogni volta. Dove diavolo appoggio la borsa in un cantiere? C’è sempre una distesa di macerie, i trabattelli sono spruzzati di malta e vernice o se gira bene mi ritrovo in un lago di resina. Io non seguo cantieri grandi, quindi non esiste la baracca di cantiere. Lavorassi in banca mi basterebbe appenderla allo schienale di qualsiasi poltroncina!

Allora mi sono organizzata.

Durante la cattiva stagione uso uno zainetto in pelle e mi tengo il carico sulle spalle sino a fine giornata, col rischio che le mamme della materna, nel tardo pomeriggio, mi scambino per una emaciata guida alpina.

Dalla primavera in poi utilizzo un borsone in cuoio, molto carino ma sempre tutto sporco e ricoperto di polvere di non so cosa, dovendolo appoggiare in terra per forza di cose. Immagino che le mamme della materna, avendo sempre una parola buona per tutti, mi abbiano spesso scambiata per un clochard, e in effetti, in certi giorni di pioggia, mi mancava solo il carrello.

Secondo me la borsa da cantiere perfetta dovrebbe avere il fondo in paglia che va tanto di moda e poi, guardando il lato pratico, il terriccio depositatosi durante i sopralluoghi può essere rimosso con una semplice manata. Dovrebbe avere tasche interne a chiusura ermetica per gli effetti personali. Aggiungerei un micro verricello, così se trovi un appiglio puoi lanciarla in aria senza perderla, e una sezione removibile per riporre gli attrezzi del mestiere, così se capita la riunione con amici non sembri sempre in servizio.

Arrivata al punto di non ritorno, potrei indire un concorso di idee per realizzare la borsa da cantiere perfetta, o realizzarne una io, su disegno mio, sperando che le mamme della materna non mi scambino per l’ispettore Gadget.

Mamma, per favore per favore per favore, stamattina porti anche il monopattino che lo usiamo ai giardinetti oggi pomeriggio, quando mi vieni a prendere?

Monza, 27.08.2017

Federica Pacini

Casa del Papa e Villa di Adriano

PARTE 2 (VILLA DI ADRIANO)

L’odore di spazzatura e le sterpaglie ancora fumanti, alcune prostitute appassite sotto le indicazioni sbiadite di centri commerciali sono il pegno da pagare per potere raggiungere Tivoli percorrendo la Via dei Castelli. La strada ti obbliga a lambire l’estrema periferia romana, uguale a qualsiasi altra degradata periferia. Un classico esempio di non luogo, si pronuncerebbero tutti gli architetti di mia conoscenza.

Poi però si svolta seguendo le chiare indicazioni per Villa Adriana e si comprende di non essere in un luogo qualunque. La Villa di Adriano è un Luogo con la L maiuscola, un Sito classificato Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO. Che ti lascia a bocca aperta, Giglia cinquenne compresa.

Gli scavi si estendono per 120 ettari, (non oso immaginare la durata del cantiere! ) inframezzati da ulivi e pini marittimi, quindi nonostante il  furbo ingresso delle 11.00 a.m. la visita di tre ore è stata piacevole, rilassante e di grande ispirazione. Villa Adriana costituisce da sempre una tappa obbligata del Grand Tour di ogni grande artista o architetto e non ho fatto fatica ad immaginarmi un Le Corbusier o un Kahn gironzolare tra le rovine; ci ho visto però anche una bambina incuriosita dai cunicoli, dagli edifici, dagli specchi d’acqua e dai blablabla di mamma e papà.

Purtroppo data l’età prescolare di Giglia non mi sono soffermata troppo sui dettagli, avrei voluto leggere ogni descrizione, avrei voluto fare una visita con l’audioguida, avrei voluto guardare con calma la piantina del sito e studiarmi con attenzione le planimetrie degli edifici, ma è stato ugualmente interessante cercare di trovare spunti adeguati per tutte le età.

Il Teatro Marittimo è talmente perfetto da sembrare la scenografia ideale per un film sui Pirati. Un isolotto circondato da un canale (con tartarughe) di forma circolare al quale si accedeva tramite un ponte levatoio. Volte e colonne ioniche coronano il complesso e lo concludono conferendogli l’aspetto di un piccolo, prezioso giardino segreto.

Il Canopo, con la sua distesa d’acqua verde, lascia invece immaginare feste e baccanali. Una vasca olimpionica, coronata da statue, al cui bordo una esedra faceva da sfondo a zampilli e giochi d’acqua. Impressionante per bellezza e originalità, anche se, ahinoi,  credo sia stata fonte d’ispirazione per ogni piscina coatta del Bel Paese e d’OltreMare.

E poi cupole, volte,criptoportici e ninfei. Passaggi segreti e mosaici da non calpestare. Giglia ha assimilato tutto questo in tre ore. Ha persino capito che Adriano, che era Imperatore, si faceva portare dai servi, attraverso tunnel sotterranei per non disturbare gli ospiti, frutta fresca ad ogni ora e che aveva fidanzato, con la O, che amava moltissimo.

Tivoli, 19.08.2017 _ Monza 21.08.2017

Federica Pacini.

Casa del Papa e Villa di Adriano

PARTE 1 (LA CASA DEL PAPA)

L’avevamo allenata per mesi, preparata ed istruita da marzo.

“Giglia, ti porteremo a Roma, a vedere la Casa del Papa, proprio come ci avevi chiesto tu. Andremo anche a vedere la Villa dell’imperatore Adriano”.

E’ iniziato così il tour dalla Capitale, infarcendo ogni tappa con racconti e aneddoti che potessero destare interesse in Giglia. Arrivati a San Pietro abbiamo snocciolato tutto il nostro sapere sul colonnato del Bernini, che sembra un abbraccio, che se ti metti in un punto preciso della Piazza vedi solo la prima fila di colonne, sulla gigantesca cupola ideata da Bramante e completata da Michelangelo detta Er Cupolone, sulle Guardie Svizzere che si vestono di feltro anche in Agosto.

In Piazza Navona abbiamo fatto un selfie imitando il gesto del gigante della fontana dei Quattro Fiumi dell’architetto Bernini, che indispettito dell’opera dell’architetto Borromini, pensava che la Chiesa di S. Agnese stesse per cadere e ne ha immortalato lo sdegno.

Al Pantheon l’abbiamo incantata con la storiella dell’occhio di luce, da cui non entra mai acqua e a Fontana di Trevi abbiamo espresso il desiderio di tornare a Roma lanciando la monetina con un rito magico.

Esperienza molto positiva la visita della Città Eterna con figlia cinquenne al seguito, ma poi ci siamo rifugiati al fresco dei Colli Albani soggiornando nel silenzioso borgo che fu la residenza estiva del Papa, luogo di pellegrinaggio e meditazione.

A fine giornata Giglia, stanca ma con occhi da malandrina, proprio davanti alla Collegiata del Bernini emetteva un rutto talmente abominevole che, in confronto, nemmeno la cupola, la piazza e la prospettiva barocca del piccolo borgo avrebbero potuto suscitare tanto sbigottimento nei pellegrini . Noi, come genitori impostati e radical chic, altro non abbiamo saputo fare se non comprarci una bella bottiglia gelata de Frascati Superiore con quattro porzioni di Vera Porchetta D’Ariccia e per toglierci d’imbarazzo intonare un bel  “ma che cce frega, ma che cc’emportaaaaaa se dentr ar vino….” e ci siamo divertiti davvero. Ecchecce vò

Castel Gandolfo, 18.08.2017 _ Monza 21.08.2017

Federica Pacini.

Peccando di presunzione su questo articolo sono obbligata a mettere il copyright, col mio nome vero e come sempre indicando la data. Ieri, sgomenta, mi sono accorta che sulla rubrica di Viaggi di Repubblica un giornalista (quindi suppongo laureato in Lettere, iscritto ad un Albo e con esperienza , cosa che non sono io) in data 19.08.2017  ha, secondo me, preso molti (troppi) spunti dall’ultimo mio articolo intitolato “La Cicogna di ferro” del 13.08.2017. Vorrai mica che una testata come Repubblica vada a copiare tutti i racconti di viaggio di architettoxx, ti pare?

La cicogna di ferro

La mattina del 13 gennaio 2012 nel cielo azzurro di Fez vidi l’ennesima cicogna. Una scintilla e a Settembre nacque Giglia.

La sera del 13 gennaio 2012 nel cielo scuro del Nostro Mare quattromila persone videro l’ennesimo porticciolo illuminato. Il blackout e poi la disperazione.

Umani destini. Giglia, che ha quasi cinque anni, in vacanza sull’isola dove accadde la piu grande sciagura navale della storia italiana, la notte del 13 Gennaio 2012.

A memoria del naufragio, davanti al porticciolo, è rimasta una piattaforma sovrastata da un origami di ferro blu e giallo dove lavorano tuttora ed incessantemente tecnici, biologi, sommozzatori italiani e stranieri, che dopo avere disincagliato il relitto della nave e averla accompagnata in un porto per smantellarne la carcassa, stanno cercando di ripristinare un ecosistema ancora sofferente a causa di quel naufragio. Un cantiere infinito per una sciagura immane.

Per la prima volta vedo però un cantiere con occhi completamente diversi, con un sentimento di ammirazione e ritrovato orgoglio italiano. Mi hanno raccontato che i sommozzatori fanno turni da 1 ora, alternando 20min.di lavoro e 40min.di recupero, monitorati, ogni giorno, tutti i giorni,  con qualsiasi condizione atmosferica. Hanno recuperato resti, corpi, oggetti. Ora stanno cercando di ricomporre un paesaggio sottomarino sfregiato dalla nave incagliata e rimasta adagiata sul fondale per due anni.

Un’operazione senza uguali, purtroppo non ancora terminata. Si sta oggi portando avanti un lavoro minuzioso per ripopolare il fondale con le praterie di poseidonie,  ricreare l’habitat idoneo per scorfani, gallinelle e pinna nobilis, così come era prima del 2012.

Come in ogni cantiere, ahimè, nel corso degli anni si sono susseguite orde di pensionati in gita per vedere la “balena” arenata, guardare come andavano i lavori, portare un fiore (?). Semplice morbosità, direi io, e niente da fare nella vita, aggiungerei.

Mi piace sottolineare che la bellezza sta sempre negli occhi di chi guarda ed io vedo quello strano animale di ferro piazzato in mezzo al porticciolo come un gigantesco cormorano, in attesa di un banco di acciughe. Una visione positiva, elaborazione fantastica della mia mente per scacciare via i pregiudizi ignoranti di chi non è più tornato sull’ isola dopo la tragedia, di chi è approdato solo per fare macabro turismo, di chi non ha capito che qui la semplicità costituisce una rara e unica occasione.

Quasi quasi cambio mestiere e mi faccio assumere dalla Pro Loco.

CARNET D’ADRESSE

_ Appartamento delizioso con vista magnifica sul porto ospiti del gentilissimo Henryk.

_ Alimentari dalla Sig.ra Margherita, gentilissima coi bambini.

_Gelato da Nilo, da provare il gusto Fico isolano e il sorbetto alla mora.

_Ovunque Mare blu, limpido, profondo per chi alle piscine preferisce il mare vero.

Giglio Porto, 13.08.2017

 

 

Reflusso da cantiere

Amity Island

Finalmente ci siamo.

Lunedì mattina approderemo ad Amity Island per le vacanze in famiglia. Quest’anno è stata scelta una meta decisamente nostrana, compatibile con gli impegni presi e le distanze percorribili, felici comunque di riscoprire la nostra bella Italia. Quindi non é stata una meta scelta a caso, tutt’altro.

Entusiasti per gli scorci del porticciolo ci eravamo già ripromessi di tornare sull’isola con Giglia, in seconda battuta ci permettera’ di spezzare il viaggio verso la Capitale, ma sotto sotto, la mia scelta é stata dettata da una motivazione più sottile, bieca, che c’entra con i cantieri e lo strano malessere che generano in me.

Come coi cantieri? Eh, si, coi cantieri.

Da tempo ormai soffro di una patologia da me individuata e classificata come “sindrome da reflusso di cantiere”, malattia rarissima (io unico caso italiano, credo). Si manifesta ogni anno, piu o meno in estate, quando mi propongono di andare in spiaggia.

È nota ai più la mia idiosincrasia nei confronti dei cantieri, ma si fatica a comprendere il mio malumore parlando di sabbia.

Io non la sopporto, la sabbia. Non c’è sabbia al mondo che non mi abbia irritato nel corpo o nella mente : la bianca fine, la gialla grana grossa, la nera, la grigia, la rosa talco. Comunque vada, Io in spiaggia sto sempre in piedi. Al pensiero di sdraiarmi sulla sabbia mi sento male perché ho paura di impanarmi, sporcarmi, inzaccherare asciugamano e infradito. Ehm…Si, credo di avere bisogno della consulenza della mia amica Psiche, di fatto non riesco nemmeno a sedermi su una spiaggia, se non sospesa a 30cm di distanza dalla quota +/_ 0.00.

La mia analisi è che questa strana patologia sia riconducibile al mio astio per il cantiere, anche se a ben guardare…non so quale problema abbia generato l’altro.

In cantiere c’è sabbia ovunque. Sacchi di sabbia, sacchi di cemento rapido, sacchi di “mapegrau” (come diceva Franco del cantiere a Milano), sacchi di gesso, sacchi di “fugenfuller”. Con la consistenza variabile, dal talco alla polenta, i sacchi vengono aperti e da li fuoriescono a getto o a palate quintalate di sabbia. Orribile. Tutto il contenuto oltre che nella benedetta carriola, nella betoniera e per terra, finisce anche sui capelli, sulle ciglia, in bocca o negli occhi e in tutti gli interstizi. E io divento matta fino a quando non riesco a fare una bella doccia purificatrice, che lava via l’odore e i granelli polverosi di quella montagna di sabbia accumulata in una mattinata di cantiere.

Per cui abbiamo scelto di trascorrere 10 giorni su un isolotto con pochissime spiagge di sabbia, un isolotto tutto scogli. E dal mio modesto punto di vista il bello di andare al mare sugli scogli è che difficilmente ti entrano nel c..ostume!

Genova, 06.08.2017

Mele e meline

Dal 31 Luglio sono entrata in modalità ” mamma 24h “, condizione concordata con il collega architetto XY e sognata da tempo. Un mese intero da dedicare a mia figlia, una micro maternità fino all’inizio del nuovo anno scolastico per compensare le serate e gli innumerevoli weekend dedicati al lavoro. I miei programmi agostani prevedevano lunghe passeggiate con la mia bimba, gite in piscina, picnic al parco o merende con gli amichetti per una intera settimana prima di partire per le sospirate ferie.

Sarà il destino, sarà che qualcuno gufa, ma Giglia non è proprio in formissima (le mamme sanno quanto brutte possano essere le intossicazioni alimentari nei bambini !!). Dal 31 di Luglio.

A parte la preoccupazione di una figlia moribonda, da tre giorni ormai la noia pomeridiana qua regna sovrana insieme al vortice dei bucati con antibatterico. Per fare passare il tempo mi rivolgo a Giglia invitandola ad aprire il  “Grande libro dei labirinti”, (regalo di nonna rossa) che tanto la appassiona. Le chiedo di indicarmi con quale labirinto vorrebbe iniziare, per intrattenerla almeno due ore.

Sarà il destino, sarà che qualcuno gufa, ma Giglia apre il librone proprio a pagina 45.

( pag.45 labirinto intitolato CAOS IN CANTIERE)

Penso che sia un caso, le chiedo gentilmente di aprire il librone su un’altra pagina. Sfoglia, poi ci ripensa e risfoglia fino a pagina 48. Questo!

(pag.48 labirinto intitolato INTRICO IDRAULICO)

Giglia, accidenti, sono in modalità mamma da tre giorni, perchè vuoi farmi ancora pensare ai cantieri? Sono mesi che non dormo serena per questi cantieri, non potremmo fare un qualsiasi altro labirinto? Guarda questo con le tende, questo con i pesci, le stelle, le mucche, le foglie, il bruco e le mele!”.

No. In effetti giorni fa la nonna rossa aveva chiesto a Giglia quale lavoro le sarebbe piaciuto fare da grande. E Giglia ridacchiando aveva risposto che costruirà le case, come la mamma.

Sarà il destino, sarà che qualcuno gufa, ma le mele non cadono mai lontane dall’albero, nemmeno ad Agosto.Così, colleghe e complici, abbiamo combattuto il torpore pomeridiano divertendoci come due matte aprendo il librone a pagina 52.

(pag.52 labirinto intitolato LA CASA DEL MISTERO)

Consiglio contro il tedio estivo, a grandi e piccini,  il librone dei labirinti.

Monza, 02.08.2017

Coturni

Turno di riposo in cantiere. Di domenica non si lavora. In mancanza di episodi in diretta traggo spunto da una gag postata giorni fa da una simpatica showgirl: con cappello di carta e badile si guadagnava centinaia di likes imitando un Dennis chiunque, muratore bergamasco. Tutto perfetto perché sembrasse vero, dalla pronuncia perfetta alla scenografia perfetta. L’occhio esperto tuttavia intuisce al volo che trattasi di una messinscena perché c’è un macroscopico errore in quella rappresentazione. Potrebbe essere considerato un dettaglio minuscolo e tempestato di perline ma è il primo indizio che ti fa supporre che sia una farsa bella e buona dal momento che in cantiere si dovrebbero portare sempre le scarpe antinfortunistiche. Quindi tutto perfetto tranne il sandalo. Già…il sandalo!  Eppure con questa lampante svista della conduttrice svizzera posso solo concordare.

Cioè… le donne in cantiere, per poche che siano, detestano le antinfortunistiche!

Proprio non ce la fanno. E io sono la prima a non riuscire a calzarle. Non riesco, è più forte di me. Gli architetti maschi sono più fortunati perché sin dai tempi di Leon Battista Alberti se la sono sempre cavata con un paio di polacchine scamosciate. D’estate e d’inverno. Sempre quelle.

Ma il generico architetto xx, d’estate, che si mette per i sopralluoghi? Io cado sempre in tentazione, quindi vado spesso di sandalo. Con conseguenze inimmaginabili. Per prima cosa attraggo sguardi contrariati da parte del capocantiere; a seguire risatine da comari degli operai; per concludere tirate d’orecchi dal Responsabile della Sicurezza. Coi sandaletti a T sobbalzo fra mattoni a due e tre fori, mi divincolo dalle guaine e porgo attenzione alle cuneette degli impianti. Sempre volteggiando sulle punte,  onde evitare che del terriccio possa penetrare nel sandalo sotto al piede perché potrei avere una crisi di nervi. D’estate spesso mi piace portare anche le calzature con suola in corda, di certo poco adatte ad affrontare chiodi, malta fresca  e lamierini, ma anche in questo caso me ne infischio.

Ho ricordi di una collega che con i sabot di corda affrontò un rilievo di una cantina allagata con una grandissima prova di coraggio. Un’altra che nei primi giorni di settembre di molti anni fa, in infradito di cuoio, fu spedita a Sankt Moritz per assistere al montaggio degli arredi, con una temperatura esterna di 3°C. Ma io le capisco, queste martiri, eccome se le capisco!

Da sportiva come mi dichiaro dovrei porre più attenzione a non correre rischi piuttosto che all’aspetto delle mie scarpe. Talvolta ammetto a me stessa di dovermi adeguare agli eventi perciò in caso di demolizioni pesanti o freddo artico mi porto nel bagagliaio dell’auto un paio di antinfortunistiche scamosciate che estraggo da un borsone come fossero un coniglio bianco che esce dal cilindro. E li scatta l’applauso!!!! Continua a leggere

Piero Manzoni

Questa mattina solo due sopralluoghi di cantiere per me. Primo appuntamento alle 8.30 e a seguire sosta in Via Trota con questi risultati: una lavastoviglie praticamente nuova che non può essere montata, una porta con un angolo sbeccato, uno specchio col foro sul lato sbagliato.

Intoppi, per carità. Nessuno è morto, ma le giornate che cominciano faticose terminano a sera inoltrata che vorresti sparare a chiunque. Mi chiedo se anche nelle altre professioni ci siano così tanti imprevisti, così tanti interlocutori, e…..così poche donne!

Si perchè anche oggi ero l’unico esemplare femmina fra il collega XY, l’imbianchino, i due serramentisti, il manovale, il muratore specializzato in intonaci e il muratore che sa fare tutto. Anche oggi, varcando la soglia dei due appartamenti in cantiere ho fatto in modo che entrasse per primo il collega XY. Lungi da me l’idea di trovarmi (come già capitato) il Mimmo della situazione in mutande o il Pino che fa pipì nel wc senza tavoletta, unico elemento rimasto di un bagno demolito! Queste abitudini cameratesche sembra siano ormai leggendarie nel mio settore. Ricordo che anni fa nel cantiere di via dei Pazzi c’era pure chi pisciava sulle macerie ma fortunatamente questa barbara quanto inutile pratica è caduta in disuso. Rimangono invece attualissimi i pantaloni con la famosa riga da idraulico.

Certo, che pensavi? E’ naturale che sia così, il cantiere è un cantiere non è una galleria d’arte moderna! Dicono gli esperti.

Il mio cervello però elabora strane strategie di sopravvivenza e spesso per farmi digerire certi costumi mi fa credere di essere nell’ambiente candido e ovattato del MoMa. L’istinto mi suggerisce di interpretare le malsane azioni degli operai come una provocatoria performance  di Cattelan, un gesto artistico di Manzoni o un flash mob assai spinto. E così vado avanti, dubitando comunque che una Marina Abramovich o una Marlene Dumas abbiano la stessa sensibilità artistica, vuoi che son donne, vuoi che sono serie.

Per farla breve, tutti questi grandi lavoratori avranno diritto di fare pipì o di cambiarsi i pantaloni inzaccherati di gesso ma gli episodi di oggi  mi fanno rimpiangere di non avere scelto di fare la parrucchiera o la violinista.

Monza, 26.07.2017

Nomen Omen

“Gino! oh Gino! Fermati che sono arrivati, continui dopo.”

Nel frastuono che regna senza controllo in via Trota mi sono ritrovata a riflettere su una questione che ha catturato i miei pensieri mentre la betoniera mulinava con un gran fracasso e il martello pneumatico batteva: in cantiere non esistono operai che si chiamino Leone, Edoardo, Lapo o Otto. Insomma, quella sfornata di nomi di Papi e sovrani che  le mamme moderne adorano (perchè loro adooooorano!), in cantiere non si sono mai sentiti.

In cantiere esistono solo i Franco, i Gigi e i Mimmo. Di cognome fanno Africano, Cutrufo o Garrone. Loro, i muratori, sono i primi ad arrivare alle 7.50 per iniziare puntuali alle 8.00. Quando arriva l’impresa bergamasca, dai manovali agli operai più specializzati, si cambia registro perchè evidentemente le madri bergamasche hanno distribuito ai figli nomi che  terminano immancabilmente con la lettera “S”. E’ un tripudio di Amos, Hermes, Athos o Dennis. Questi di cognome fanno Brambillasca, Garminati o Zanetti.

Nella fase successiva arrivano le squadre degli italianizzati, cioè operai arrivati nel nostro Paese molti anni fa che hanno italianizzato il proprio impronunciabile nome, togliendovi molte consonanti, per cui Fathmir è diventato Fabio, Piotr si è trasformato in Pietro, Stavros in Stauros, che potrebbe essere confuso come appartenente alla ditta bergamasca ma in realtà proviene da un est molto più a oriente di Curno.

Proseguendo con le fasi del cantiere si nota un assestamento: intervengono i vari rappresentanti, i fornitori abituali, quelli che di nome fanno Luca, Roberto, Massimo. Di cognome a seconda della provenienza geografica possono chiamarsi Cereda, Rossi, Fumagalli ma anche Innerhofer o Avetrano. Comunque hanno nomi piuttosto correnti, facilmente pronunciabili e che si ricordano senza cercarli sulla rubrica.

Potenza della mente della madri! Sapevano già che i propri pargoli avrebbero intrapreso la carriera in un’ azienda di prodotti per l’edilizia e dai tempi più remoti affibbiarono loro nomi “normali”, di quelli che non puoi sbagliare la pronuncia.

In questa gerarchia di competenze e di nomi,  in cima alla piramide c’è il proprietario dell’immobile. Il committente che si affida a tutti questi Gino, Franco, Dennis o Serghej  spesso non ha un nome comune. Quello del cliente finale è un nome che puo’ suonare come Gianriccardo Iezzi di Montorfano, per gli amici lo Iezzi, o Teodoro Rosi De Calasciutta, detto Dodo. Un pò fantozziano come concetto ma purtroppo la realtà a volte supera la finzione.

Comunque, mai nessuno che si chiami Stefania, Olga o Gianna in cantiere.

Monza, 23.07.2017

 

Cantiere da femmina

 

Architetto XX…sarebbe a dire?

Sarebbe a dire Architetto Femmina, con i cromosomi XX.

Perché sono una mamma, faccio l’architetto e volevo tenere un diario per raccontare le mie giornate lavorative a mia figlia Giglia di quattro anni.

Spesso mi tocca andare in cantiere, ambiente che detesto ma volente o nolente devo frequentare. Eppure, in un giorno qualsiasi di questa strana estate, nel cantiere di Via Trota, mi sono chiesta come fare a digerire questa parte del mio lavoro che proprio non sopporto.

Manco a dirlo ho trovato la risposta in mezzo agli impianti appena posati (perchè non avevo le scarpe adatte, ovvero espadrillas con suola in corda !!) : non subire il cantiere ma sfruttarlo come un pozzo inesauribile di aneddotti paradossali, apprezzandone le bizzarrie e ricordando sempre a me stessa che sono una donna in un mondo, quello dell’edilizia,  che nulla ha di femminile.

Così in quel giorno qualsiasi mi è balenata l’idea di compilare un resoconto patinato delle mie giornate lavorative, come fosse un giornale di cantiere, per dare una svolta ironica e di genere ad un mondo che non contempla le femmine, per insegnare a Giglia che non esistono “lavori da femmina e lavori da maschio”, per mettere del frivolo dove non c’è e….. del profumo dove manca!

Cercherò di avere rispetto di tutti poichè so benissimo che il cantiere è un luogo di lavoro, dove uomini,  padri di famiglia, mariti si spezzano la schiena dalle 6 del mattino, ma insomma….concedetemi il beneficio della frivolezza visto che non sempre questi energumeni mi hanno accolto come una professionista. Anzi. In gioventù, proprio all’inizio della gavetta, gli operai più giovani erano soliti (a parte guardarmi come se venissi da Marte_per essere gentili) apostrofarmi con un “è mezzogiorno, butta la pasta”. Come per dirmi di starmene a casa a cucinare anzicchè rompere le scatole a loro uomini veri.

Ma sentirsi sempre fuori posto ha dei risvolti positivi perchè si riesce ad osservare tutto con uno sguardo distaccato e critico e a tal proposito la giornata di ieri è stata pesante ma molto divertente.

Presenti: io, il collega architetto XY, il titolare dell’impresa, l’idraulico, il suo garzone, l’elettricista, il rappresentante di parquet, il serramentista  e i suoi due dipendenti, due gessisti. Ovvero: femmine 1-maschi 11. In mezzo al delirio frenetico di volere terminare i lavori entro la data prevista, faccio finta di non ascoltare il mio collega che rimprovera pesantemente un gessista. Per non fare sentire in imbarazzo il poveretto già pesantemente provato dal cazziatone faccio finta di cercare difetti di montaggio nei serramenti ma, accidenti alle frivolezze, l’occhio mi cade sull’abbigliamento di un operaio. Operaio di 120q Kg, tutti sulla pancia.

In pantaloncini azzurri di felpa e maglietta rossa cercava di montare una porta in un ripostiglio di 1 mq. Per ovviare al sudore che grondava abbondante dalla fronte, si era munito di salvietta celeste, con iniziali ricamate col puntocroce. Come quella che Giglia usa alla materna! La scena era davvero buffa, e mi è scappato da ridere. Sono stata sorpresa ridere sotto i baffi dal dipendente di Papa Pig, che si è fatto pure lui una gran risata.

Quindi tutte le tensioni del cazziatone al gessista si sono smorzate, mi è bastato focalizzare l’attenzione sul look ricercato del nostro buon serramentista.

Monza, 17.07.2017